E’ venerdì e si parte. Da Cesenatico arrivare a Novafeltria è un viaggio di un’ora attraverso la campagna romagnola e le colline del Montefeltro. Alle 9 apre il caffè apre e alla spicciolata arrivano tutti: i partecipanti, Valentina e Cristina, le mie compagne di lavoro. Ci si saluta, si prende il caffè si chiacchiera intorno al grande tavolo di legno fino a spostarsi e mettersi in cerchio per il momento rilassante gradevole e gradito della musicoterapia. Poi si torna a sedere intorno al grande tavolo per la merenda e per continuare a stare insieme. A volte ci si impegna in qualche lavoro manuale, dipingere i mandala per realizzare ventagli di carta, ritagliare dei cartoncini per realizzare cestini per gli ovetti di cioccolata per Pasqua, o alberelli di Natale ricoperti di lane colorate o per fare i pompon per le maschere di Carnevale. Altre volte si raccontano episodi del passato, in momenti di reminiscenza, o ci si confronta su fatti recenti. Ognuno è accolto per quello che è partecipa come può e come vuole, con un discorso o racconto articolato o solo con qualche parola di approvazione o ascoltando in silenzio. Il trovarsi intorno ad un tavolo, dove ognuno sta come preferisce o fa quello che vuole, ricorda un po’ il momento della “veggia”, la veglia, quando le persone si incontravano a casa dell’uno o dell’altro e passavano la serata insieme per farsi compagnia. Non è sempre facile, a volte qualcuno non è dell’umore e si intristisce, e allora bisogna accogliere e confortare, oppure qualcuno “esce dalle righe” e bisogna contenere e smorzare o qualcuno vuole esprimersi e non ci riesce e allora bisogna interpretare e mediare, perché ognuno a modo suo, come può e come vuole possa partecipare, sentirsi parte della compagnia e stare bene. Senza che sia mai stato espresso apertamente, ognuno sente e sa che può prendere e dare come può e vuole per beneficiare al massimo del tempo che si trascorre insieme.

Poi arriva il coronavirus e non si può più stare insieme e fare la “veggia”. Ma non vogliamo perderci e dimenticarci! E allora usiamo i mezzi che abbiamo per mantenerci in contatto e cominciamo con le telefonate. All’inizio è solo un sentirsi per vedere come va e come si affronta l’isolamento. Poi per alcune persone diventa qualcosa di diverso di più intimo e profondo. Sembra come se finita la “veggia” le persone che ne hanno bisogno si fermassero a parlare e confidarsi singolarmente con le altre persone. E allora succede che l’appuntamento telefonico settimanale diventa per Lavinia e Sofia un momento per confidare le oro preoccupazioni, per la salute dei figli o dei nipoti che non possono stare in isolamento per motivi di lavoro, mentre per Ornella e Argentina l’occasione per raccontare e chiedere consigli su come stare in casa con il genitore con difficoltà. Lorena, Patrizia e Liviana ti raccontano della loro vita attuale, del loro passato, del lavoro che hanno fatto, dei figli, delle difficoltà incontrate e superate, degli amori passati o attuali, dei problemi o delle soddisfazioni. Enrica o Mariana che ti descrivono come trascorrono la giornata nei minimi particolari o Pietro ti esprime la sua preoccupazione per questa situazione incerta che lo intristisce. Spesso i racconti sono gli stessi settimana dopo settimana, ma non importa: se una persona racconta sempre le stesse cose è perché quelle cose sono importanti e le fa piacere raccontarle e non ha in mente che te le ha già dette. Non è sempre facile , la cappa di incertezza e preoccupazione per questa nuova situazione copre, appesantisce e stordisce anche le persone che svolgono professioni d’aiuto, ma un “aspettavo la tua telefonata” o “che bello sentirti” aiuta a rimettersi in carreggiata e a continuare a mantenersi in contatto. Ci rivedremo, tutti ci diciamo sempre “Speriamo il più presto possibile!”. Col tempo forse ci dimenticheremo di questo momento strano e straordinario, ma molto probabilmente rimarrà la confidenza che si è creata, proprio in questa situazione.

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