Giuseppe Nardi, primario del reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale Infermi di Rimini, non ha dubbi: la battaglia contro il coronavirus non è ancora vinta e lo sarà soltanto quando arriverà il vaccino.

Dotto r Nardi, com’è oggi a Rimini la situazione legata al Covid?

«In provincia di Rimini è molto migliorata rispetto a qualche mese fa. In questo momento i casi clinici sono sporadicissimi e di conseguenza siamo tranquilli».

Quante persone positive sono attualmente ricoverate all’ospedale di Rimini ?

«I casi sono azzerati. Abbiamo un solo paziente in terapia intensiva, ma è qui ormai da cinque mesi e mezzo e non si può più dire che sia un contagiato da Covid, ma è devastato dalle complicanze successive a questo terribile virus. Tutti gli altri, fortunatamente, li abbiamo mandati a casa. Qualche contagio in più c’è nel resto della Romagna, ma nessuno è grave».

Siete pronti nel caso in cui si verificasse una seconda ondata della pandemia?

«Sì. Il 22 luglio abbiamo inaugurato una seconda Terapia intensiva con 29 posti letto, il doppio di quelli che avevamo all’inizio dell’emergenza nel marzo scorso. Ovviamente tutti ci auguriamo che non si verifichi una seconda ondata, ma contiamo comunque di non dover bloccare l’attività di tutto l’ospedale né chiudere le sale operatorie. In caso di forte ritorno del virus saremo molto più pronti di prima».

Teme una seconda ondata?

«Ci sono dati in crescita in tutta Europa, mentre l’Italia si può considerare un Paese virtuoso con pochissimi contagi, benchè negli ultimi tempi abbiano iniziato a risalire (ieri 523) e ci siano diversi pazienti in rianimazione come non si vedevano da due mesi. Ci stiamo preparando a quello che potrebbe essere un futuro secondo episodio, ma per ora, malgrado le precauzioni molto ridotte in questa fase estiva, non c’è minaccia di una recrudescenza legata al Covid».

Il coronavirus ha perso la carica iniziale o è sempre lo stesso ?

«Non sono un virologo, dunque qualsiasi cosa dica non ha basi solide. Sappiamo però che in 34 Paesi del mondo il virus sta dando la stessa mortalità avuta da noi in primavera: penso agli Stati Uniti, al Sud America, alla Russia, all’Africa. In tutte questi luoghi il Covid-19 è sempre uguale e non esiste nessuna documentazione scientifica seria che dica che è cambiata la struttura.

La mia impressione, che però non è certezza, è che vi sia un rapporto in linea fra contagi e casi gravi. Una nazione può avere 10mila contagi e 10 casi gravi, mentre se i contagi fossero mille uno solo risulterebbe grave. Negli Usa ci sono 5 milioni di positivi e dunque tantissimi morti e casi critici».

Dunque il rischio è sempre dietro l’angolo…

«Temo che se tornassimo ad avere tanti contagi, i pazienti gravi sarebbero destinati a salire. Del resto non sapremo mai con esattezza quanti erano i positivi al Covid in febbraio, e forse già a gennaio, perché non c’erano i tamponi. Oggi invece, proprio grazie ai tamponi, è possibile supporre che ben oltre il 2% della popolazione riminese fosse venuta in contatto con il virus. E si tratterebbe di un numero davvero elevato».

È un rischio riaprire le scuole ?

«Ci sono proposte molto di facciata ma poco credibili. Se mettiamo dei ragazzini di 12- 13 anni anche con i banchi distanti due metri e mezzo è difficile controllarli, perché c’è sempre il momento della ricreazione. Se in Italia ci sono 400 casi al giorno il rischio legato all’inevitabile presenza del virus a scuola non è elevatissimo e si può discutere di far ripartire le lezioni. Ma se ci trovassimo nella stessa situazione della Francia, con duemila casi al giorno, non avrei dubbi e, in attesa del vaccino, tornerei alla scuola a distanza. Se ci fosse davvero una seconda ondata del virus, sarebbe talmente devastante, sia in termini di morti che per l’economia, che sarebbe meglio stringere i denti due mesi in più piuttosto che avere gli ospedali pieni. Ma questo è un parere da cittadino non da esperto».

Che cosa ne pensa di ciò che accade nei locali e nelle discoteche?

«Ho una figlia di 18 anni e una di 24 e capisco la voglia dei giovani di fare festa e andare in discoteca dopo quello che hanno sofferto. Questi comportamenti però hanno un prezzo da pagare. I giovani sono stati bravissimi durante la fase acuta e si sono chiusi in casa: adesso è quasi impossibile dire loro di stare fermi, anche perché il morbo non lo vedono più. È vero anche che i giovani si ammalano con minore frequenza ma poi portano il virus a casa: ai nonni e ai genitori. E basta un positivo per diffonderlo in famiglia».

I giovani si ammalano meno degli altri di Covid ?

«Nel periodo più critico abbiamo avuto diversi ragazzi in rianimazione. Però hanno maggiori difese immunitarie e quindi meno probabilità di infettarsi. La lezione che abbiamo appreso con certezza è che il Covid-19 non è una malattia degli anziani, che tanto sarebbero morti comunque: l’età media dei decessi ruota intorno ai 60 anni».

Vuole lanciare un appello soprattutto ai giovani ?

«L’appello è sempre lo stesso. L’unica cosa che ci protegge dal contagio è mantenere le distanze o in alternativa tenere il più possibile la mascherina: assolutamente nei luoghi chiusi, ma se possibile anche nei luoghi aperti con la folla. Devo dire che girando per Rimini vedo tanta gente con la mascherina, forse più ora che a fine maggio appena terminato il lockdown: questo mi fa piacere».

Come ci si può difendere?

«L’unica arma seria fino al vaccino è limitare i contatti. Il vaccino non dovrebbe essere troppo lontano. Credo che sia ragionevole pensare che all’inizio del 2021 uno dei tanti antidoti che si stanno studiando, possa essere in commercio».

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