Nel ricordo di un maestro della letteratura d’avanguardia, che il premiato ha detto di riconoscere come una figura tra le più importanti della sua vita, Aldo Nove ha ricevuto il 24 novembre il Premio nazionale di poesia “Elio Pagliarani” nella sezione “Poesia edita” per i “Poemetti della sera” (Einaudi, 2020).

Nove, per quale motivo ha detto di aver ritrovato in questa occasione «un po’ dello spirito splendido degli anni Settanta, e anche la sua attuale forza, la sua energia».

«Sono grato per quello che mi hanno dato autori come Sanguineti, Pagliarani, Balestrini, ovvero quelli che ho frequentato più degli altri, facendo bellissime chiacchierate, così come con artisti quali Arnaldo Pomodoro. Tutti mi hanno trasmesso energia, voglia di incontrare, anche di scontrarsi. Allora si chiamava dibattito, dialettica, non offesa o querela. Uno spirito che non ho fatto in tempo a cogliere, sono nato nel ’67, poi sono arrivati gli anni Ottanta e la loro memoria mi ha restituito la testimonianza della vivacità di quegli anni, la voglia di lottare che è una loro eredità, perché ora non c’è più».

Perché in omaggio a Pagliarani ha letto “Guarda, madre”?

«Sono versi tratti da “I poemetti della sera”, che sono stati tradotti subito in Grecia, in Francia, segno per una qualche strana alchimia hanno rappresentato una percezione. Sentendomi vicino all’importante insegnamento venuto da poeti come Valerio Magrelli, Milo De Angelis. Sono poesie scritte prima del lockdown, che si rivelano ora come una percezione di questo tempo, che ci sembra quasi sfuggito di mano. A febbraio pubblicherò da Feltrinelli “Fuoco a Babilonia”, antologia delle mie poesie, dalle prime scritte a 12 anni fino ai primi anni dell’Università, con testi molto preziosi per me, come una delle tre introduzioni che scrisse per me Elio Pagliarani».

In che maniera al tempo della pandemia, la Milano del dopoguerra descritta da Pagliarani nel romanzo “La ragazza Carla” aiuta a capire quella che lei ha definito una «mappatura del presente»?

«Ha impiegato giustamente il termine “romanzo”, perché lo è. Ci ha insegnato che la cosa più grande della poesia è la consapevolezza che diventa anche uno spirito di profezia. Il poeta non prevede il futuro ma è in grado di leggerlo per il presente, e così legge bene anche il futuro. Questo romanzo fotografa puntualmente il momento, la Milano di quegli anni, anni unici, di transizione storica. Ora è cambiato tutto, c’è una geopolitica che tende sempre a unificare i confini territoriali, e fare poesia credo che non sia mai stato così difficile e richiede la potenza di uno spirito incredibilmente acuto, antropologico, di fronte a un mondo così complesso».

Lei ha sottolineato come la poesia sia oggi fonte di «illusioni» assai diverse da quelle leopardiane. Perché?

«Perché dà l’idea di essere l’arte più a portata di tutte e, nel “farla”, lo è. Infatti la scrivono in decine di migliaia di persone, e la leggono in poche centinaia. Ma un poeta degno di questo nome deve dedicare anni e anni di studio appassionato a questa pratica. Ed emerge sempre dopo decenni di intenso corpo a corpo con il linguaggio. Parallelamente, sorge un cinico fantasma di mercato basato su scandalose operazioni editoriali, che cercano “nuovi talenti” a cui spillare soldi pubblicando libri che non vedranno mai una libreria, che nessun critico riceverà, promettendo false tirature che si risolvono poi in poche copie inviate ai clienti che li distribuiscono agli amici e ai parenti. Insomma una fabbrica di illusioni tristi. Occorre invece far maturare la poesia per anni. Prendere contatti. Cercare confronti. E leggere. Leggere i classici, i contemporanei. Senza aspettative. Ma con amore, amore per la poesia, perché “carmina non dant panem”. Dev’essere una passione vera, amare, confrontarsi, con gli altri. Anche se i social sono pieni di pagine di poesia, che definirei poetica da “Baci Perugina”, nel senso non positivo che gli dava Sanguineti».

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