Predappio, finti lavoratori licenziati per truffare l’Inps

Quindici condanne che vanno da un minimo di due mesi per una decina di sedicenti lavoratori, fino a un massimo di un anno e tre mesi per il legale rappresentante della società che si prestò a un gioco di assunzioni e licenziamenti fittizi finalizzato a incassare i soldi della disoccupazione sulle spalle dell’Inps. Si è chiuso ieri mattina davanti al giudice monocratico Cristiano Coiro il processo nato in seguito all’indagine dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del lavoro, che ha scoperchiato una maxi truffa ai danni dello Stato, imbastita grazie alla società HRocca del 59enne di Predappio Franco Corrado.

L’indagine dalla causa civile

E’ una vicenda a tratti paradossale quella venuta alla luce nel 2015, a partire da una questione civilistica, e cioè una bagarre tra marito e moglie per l’affidamento del figlio. Alla cancelleria del giudice civile, la donna aveva fatto pervenire una busta paga per dimostrare di avere un impiego, nella quale erano indicati gli orari di lavoro e naturalmente anche la sede legale dell’azienda. “Ma come?”, si era insospettito l’ex coniuge. Non solo la donna non si spostava mai di casa, ma era pure senza auto. E come faceva a recarsi in ufficio? Così era andato di persona alla sede legale dell’azienda, ritrovandosi infine davanti alla sede occupata da 10 anni dalla Cisl di Castrocaro, risultata totalmente estranea ai fatti. La segnalazione era confluita nelle mani del sostituto procuratore Marilù Gattelli, che aveva aperto un fascicolo, dando il via alle indagini che avevano poi scoperchiato il meccanismo, ravvisando i reati di falso e truffa aggravata ai danni dello Stato. Era emerso così che la ditta non aveva alcun progetto all’attivo. Nessuno fra i dipendenti – una dozzina circa quelli impiegati tra le sedi di Lugo e del comune terrasolano – lavorava.

Contributi da Iva inesistente

Su una cosa il titolare dell’azienda, difeso dall’avvocato Jessica Bandini, era regolare come un orologio svizzero: i contributi dei lavoratori. Tra ottobre 2015 e febbraio dell’anno seguente ne aveva versati per circa 9mila euro. E con quali soldi, considerato che di cantieri non ne aveva nemmeno uno? Compensava le somme dovute con il credito Iva recuperato da una fattura da 400mila euro (più 84mila euro di Iva) per un acquisto immobiliare fatto, solo sulla carta, da una società ravennate fallita anni prima. I contratti arrivavano massimo a sei mesi. Poi i dipendenti, tra loro italiani, marocchini e macedoni (fra i difensori figurano Gian Luigi Manaresi, Paolo Zoli, Mirco Morganti e Raffaele Coletta), venivano licenziati. Alcuni avevano già percepito alcune “fette” di disoccupazione dall’Inps, altri invece stavano per riceverla quando sono arrivati gli avvisi di garanzia, che hanno messo fine all’escamotage per campare a spese dello Stato senza fare nulla.

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