Il poeta milanese Maurizio Cucchi (1945) riceve stasera alle 21, nel giardino di Casa Pascoli, il 18° Premio Pascoli per la poesia in lingua, per l’opera “Sindrome del distacco e tregua” (Mondadori-Lo Specchio 2019). Con Cucchi sono anche premiati Emilio Rentocchini, Premio Pascoli per il Dialetto con “44 ottave” (edizioni Book 2019), e Ivan Crico a cui la giuria ha assegnato un Premio Speciale per la raccolta in dialetto “L’antro siel del mondo (L’altro cielo del mondo)”, (LietoColle 2019). Anfitrione della serata sostenuta da Sammauroindustria è Roberto Mercadini, con la sua capacità di saper scrivere e raccontare affabulando, stasera in veste di conduttore.

Maurizio Cucchi ha esordito poeticamente nel 1976 con “Il disperso” e non si è più fermato. Ad oggi sono decine le pubblicazioni di raccolte di poesie arricchite dal 2005 da romanzi (l’ultimo è “La vita docile” 2020), e poi saggi, articoli, cura di antologie, collaborazioni giornalistiche. Cucchi è anche presidente di giuria del 12° Premio Acqui Terme per la Poesia consegnato proprio stasera; la vincitrice è la cesenate Mariangela Gualtieri per “Quando non morivo” (Einaudi 2019).

Cucchi, lei è premiato stasera per un’opera scritta nel 2019 che parla di distacco e tregua, quasi anticipatrice di sensazioni forti conseguenti agli accadimenti di questo 2020.

«Non potevo prevederlo; ci sono però alcuni passaggi, come il prosimetro su Chernobyl o quello su “felicità frugale”, che possono forse dire qualcosa su questa aspettativa di una dimensione della nostra vita un po’ diversa da quella che ci hanno proposto. La parola “distacco” l’avevo già usata in un mio testo per teatro in poesia, “La luce del distacco” (1990) riferito alla figura di Giovanna D’Arco».

Cosa significa per lei distacco?

«Per me ha un doppio valore e possibilità; quello proverbiale di chi se ne va, e poi quello mistico di Meister Eckhart; distacco inteso come possibilità di valorizzare il nostro esserci, di venirne fuori».

In che modo si può superare il realismo di sindrome e tregua, espressioni di una condizione precaria?

«Ho sempre scritto e pensato che “io amo esistere”. La condizione dell’esistenza, l’essere al mondo, il vivere nel presente, mi affascina e piace moltissimo. La sindrome è dunque rendersi conto che ciò non sarà più; la tregua invece è di rendersi conto che il meglio della nostra esistenza è di essere padroni, in qualche modo, della minima realtà del nostro presente, e di renderci conto che questo è il senso della nostra esistenza».

Il suo pensiero si rivolge quindi al presente?

«Molto spesso siamo portati, dalla realtà sociale che ci invade, a freccia verso il futuro. Ma nel momento in cui pensiamo al futuro ci siamo fregati il presente, che è la reale condizione importante della nostra esistenza. Mi capita talvolta di uscire e sentirmi coinvolto in una meravigliosa armonia dell’universo di cui non capisco niente, ma che mi attrae. Credo che questa sia la condizione per cui si può uscire dalla sindrome, dal senso del non esserci più che accadrà».

La poetica pascoliana le viene incontro?

«L’esempio del Pascoli è in questo senso formidabile, la sua consapevolezza “lasciami un poco qui rimanere” (da “L’ora di Barga”), e poi però quella di “morire sì, ma non esserci più”, è un esempio di sensibilità nel presente talmente potente che mi ha sempre affascinato».

Lo sente quindi un Premio in tema con il suo poetare?

«Sono molto contento di questo Premio che è nel nome dello straordinario Giovanni Pascoli, che per quelli della mia generazione è stato l’approccio alla poesia. E sono contento di avere contribuito in passato, con le mie note, a una antologia Garzanti di poesie di Pascoli scelte da Luigi Baldacci. Ho sempre amato Pascoli per la sua sensibilità formidabile, per qualche cosa di cui anch’io parlo in questo mio libro quando dico “del miele con dentro una lametta”. Mi sembra un po’ la finta ma anche esistente, reale, meravigliosa, dolcezza del Pascoli che però ha dentro lo strazio». D’altra parte questo è il senso della nostra vita, la bellezza e meraviglia dell’esserci, e poi le fregature, o il senso della precarietà inevitabile di questo esserci».

In che cosa trova più attuale Pascoli?

«Al di là della straordinaria abilità del linguaggio, mi ha coinvolto l’acutezza della sua sensibilità, che sa dire cose che noi comuni mortali non riusciamo a cogliere, ed è questo in fondo ciò che ci aspettiamo dalla poesia. Il messaggio cioè della complessità cangiante e multiforme della nostra esistenza, mentre stiamo andando orribilmente verso la semplificazione delle cose. Torniamo alla complessità se vogliamo capire cosa siamo!».

Il suo scrivere, che unisce poesia e prosa, esprime anche complessità.

«Credo molto al cosiddetto “prosimetro” che ha una storia enorme a partire dal medioevo. Dalla crisi della forma chiusa si può uscire creando una nuova idea di identità della forma stessa, e quindi del verso; molto spesso però, il verso libero è praticato come verso “gratuito”; una delle possibilità per uscire da questo equivoco è introdurre forme di prosa purché poetiche. Così avremo un momento orizzontale, descrittivo espresso da una prosa economica, rigorosa, musicalmente forte. E un altro momento verticale in versi, come l’aria di un’opera».

La sua poesia si nutre quindi della musica.

«La musica è fondamentale per me, la studio da sempre e da cinque anni ho ripreso in mano il pianoforte. È un’arte magistrale, ma dai media sentiamo parlare di robetta, hanno persino sindacalmente abolito il termine “leggera”. Così Mina è stata celebrata come “la più grande voce della musica italiana” mentre i rapper li chiamano musicisti. C’è spazio per tutto, purché non si confondano le cose. Affermare in tivù che l’arte è un’idea, o che i cantautori sono poeti, conferma quella che Giancarlo Majorino ha chiamato in un suo libro “La dittatura dell’ignoranza”. E quando vedo “Il dito” di Cattelan protendersi in piazza Affari a Milano, ho degli istinti distruttivi».

Chiudiamo allora in armonia, parlando di poeti romagnoli.

«Ne apprezzo tanti; Mariangela (Gualtieri) stasera riceve il Premio Acqui di cui sono presidente di Giuria. Poi ci sono Rosita Copioli di Rimini, Stefano Simoncelli di Cesenatico di cui sono amico come lo ero di Ferruccio Benzoni, e Walter Valeri, quelli della rivista “Sul porto”; più giovane è Matteo Zattoni di Forlimpopoli, uno bravo, ma sono solo i primi nomi che mi vengono a mente. Per non dire dei dialettali, a cominciare dal grande Lello Baldini, adorabile, modesto, importante, di cui posso vantarmi di essere stato amico, e Tonino Guerra».

Ingresso libero.

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