SANTARCANGELO. Un bel poetare dal buio alla luce, quello di Germana Borgini, lungo le vie acciottolate, tra le contrade dove si destano ridenti al sole le memorie poetiche di Santarcangelo.
Versi in dialetto, illuminati da un’umile confidenza con le cose. Come stazioni di un viaggio in un percorso circolare, come scrive Ennio Grassi nella postfazione di “Acsè al dòni” (così le donne), ultima raccolta della poeta e artista santarcangiolese edita dal Vicolo divisione libri di Cesena: ‹‹Perché di questo si tratta, nei luoghi della vita: corpi e anime, passato e presente, memoria e spaesamento››.
Borgini, perché la scelta di poetare in dialetto ‹‹a lingua sciolta››?
‹‹Abito le contrade di Santarcangelo da cinquant’anni e i contradaioli sono schietti, immediati, come i poeti Nino Pedretti, Giuliana Rocchi, Raffaello Baldini, Gianni Fucci, che abitavano a pochi passi dalla mia casa, Penso di avere assimilato il loro modo di essere, Le contrade si vivono a stretto contatto. La mia via – “e’ Tavernèl” – è così stretta che dalla finestra ci si può dare la mano, bastano poche parole per capirsi, un “alàura?” (allora?) cela un’infinità di domande: “Dove sei stato? Come stai? Cosa mi devi dire…?”. Ma solo conoscendosi si può capire al volo il vero significato››.
Da dove nasce l’esigenza di ritrovare nella poesia quelle “parole” che, scriveva Nino Pedretti, ‹‹hanno dormito al fuoco del paese››?
‹‹Quelle parole sono scaturite timidamente da sole, come aprendo il cassetto dei ricordi, per un progetto di divulgazione della poesia nel lontano 2003, trascrivendo poesie su vecchie lavagne scolastiche lungo la scalinate cittadine. Il dialetto ha preso la veste di nobiltà, non era più quella lingua minoritaria da parlare con vergogna. Incoraggiata da un’amica, ho messo in mostra tre mie poesie insieme ai miei dipinti. Così il dialetto è tornato a essermi familiare, credo fosse rimasto sopito in me e mai abbandonato. La successiva partecipazione con successo a concorsi in provincia e nazionali me ne ha dato conferma, ma la parola “poeta” ancora mi imbarazza, mi trattiene, soprattutto a Santarcangelo dove dovrebbe essere scritta con la maiuscola, data la grandezza dei poeti che hanno dato lustro alla città››.
Come si è posta sulla scia della tradizione delle poete santarcangiolesi? Cosa le suggerisce il suono dei loro versi? Cosa significa scoprire, affermare che ‹‹arrendersi / non è da noi donne››?
‹‹La poeta per eccellenza a Santarcangelo è stata Giuliana Rocchi, che ammiro per la sua ironia ma anche per la profondità e quella “lingua sciolta” di cui prima si parlava. La poeta attuale che conosco dall’età scolare è Annalisa Teodorani. La sua bella poesia è molto profonda, fine, delicata, ermetica. Anche le sue liriche sono nate nelle contrade e lo si comprende nettamente in alcuni suoi versi. Ho conosciuto lungo il tragitto della mia vita donne forti che, sebbene non fossero considerate e neppure apprezzate, hanno trovato il modo di imporsi, sia pure a fatica. Io stessa, in momenti difficili, ho ritrovato la forza in cui non credevo più. Posso affermare, senza ombra di dubbio, che le donne hanno potenzialità che a volte non sanno neanche di avere››.
Cosa significa vivere quel senso ripetuto di attesa del niente, così pedrettiano, fatto di pensieri ritrovati negli angoli nascosti della vita, quella che lei ha definito come l’attesa ‹‹di una fioritura, di un miracolo, di un sogno che sembra vero››?
‹‹Credo che possa significare vivere con la consapevolezza che non tutto avviene, non tutto accade così come noi vorremmo, Questa consapevolezza aiuta a superare scogli apparentemente insormontabili, pur sapendo che esiste la possibilità che questo non ti donerà consolazione. Ma cercare, provare comunque a vivere la vita significa anche raccogliere lungo il suo passaggio “brazèdi ad fièur béll” (fasci di fiori belli), come nei sogni, perché non si può fare a meno di sentire come essi facciano parte della vita, e aiutino a non farsi prendere dal vortice del niente, che esiste, che incombe››.

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