Podere dell’Angelo, suggestioni felliniane e affiatamento familiare

Una famiglia intera impegnata in vigna, quella del Podere dell’Angelo, nell’entroterra riminese a Vergiano. Prima sono partiti Milena Falcioni e il marito Angelo Bianchi, il nome dell’azienda si rifà proprio a lui, e oggi in campo, letteralmente, sono entrati a pieno titolo anche i loro figli Giacomo, enologo con all’attivo diverse esperienze in Francia e in Toscana, e Giulia che si dedica all’aspetto commerciale. Ma la storia viticola di questa azienda agricola comincia con i nonni, nel 1923, la cui casa sorge al limitare delle vigne stesse che nel frattempo si sono ampliate o rinnovate e sulle quali oggi domina la bella casa colonica che ospita la cantina e anche l’area ospitalità, con la grande sala degustazioni. Nel cortile all’aperto, sotto un grande ulivo, nelle sere d’estate si accendono poi tante piccole luci per accogliere gli ospiti appassionati di vino e desiderosi di assaggiarlo laddove questo nasce. «Prima di me, i miei nonni e i miei genitori hanno creduto in questo territorio e nella sua capacità di produrre grandi vini», racconta Giacomo, che oggi è responsabile della cantina e guida gli ospiti alla visita e illustra le scelte enologiche. Oggi lui stesso, affiancato in cantina da Bianca Bittau, e dalla sorella Giulia che cura la parte comunicativa e commerciale, rappresenta l’investimento nell’evoluzione della azienda e dei suoi vini. «Nasciamo come una azienda agricola che quindi operava in origine su più fronti, compreso l’allevamento. Da una decina di anni, però, ci siamo concentrati sulla vigna e sul vino – spiega Giacomo – . Su una quindicina di ettari complessivi di terreno abbiamo conservato due ettari di uliveto, da cui ricaviamo il nostro olio, e una quota di frutteto, ma la maggior parte, dieci ettari, sono coltivati a vigneto. Dal 2015 siamo certificati biologici, anche se mio nonno, che ha 92 anni, già prima intorno a casa voleva meno trattamenti possibili». La cantina è stata rinnovata nel 2010, ma è tuttora in evoluzione: «Stiamo migliorando lo spazio per accogliere le uve, perché con le ultime annate sempre più calde, l’attenzione alla maturazione, il momento della raccolta e del conferimento è diventato sempre più delicato per preservare aromi e qualità delle uve stesse», spiega Giacomo che in cantina prova, sperimenta e mette a frutto studio e osservazione.

I vini

La cura che inizia in vigna dal mantenimento della fertilità dei suoli, prosegue dunque in cantina fin dalle prime fasi della pigiatura, in cantina poi si vinificano separatamente le parcelle sia per i bianchi che per i rossi, per poi passare all’affinamento che avviene per lo più in acciaio e in minima parte in cemento e legno. Oggi le etichette sono 15, ma l’obbiettivo, dopo aver ridefinito l’identità di alcune linee, è quello di arrivare a 9. «Il grechetto gentile per la Rebola lo abbiamo sempre avuto, in particolare fu ampliato l’impianto nel 1989 quando stava davvero per sparire –spiega Giacomo Bianchi –. Ne abbiamo poi reimpiantata e oggi sono le viti alle due ali opposte del vigneto più una terza parcella più a monte, su terreni più calcarei». L’alternanza è prioritariamente fra il rosso Sangiovese e il bianco Rebola. Fulgor e Giulietta sono le etichette più recenti di ispirazione felliniana su cui punta l’azienda, che tiene sempre un occhio molto attento sul mercato del territorio.

Accoglienza

«Una volta venivano da noi i pescatori a prendere le damigiane di vino – racconta Giacomo Bianchi, che più che altro ha sentito raccontare di quei tempi –. In Romagna la tradizione dello sfuso non è mai finita e anche noi la manteniamo, allo sfuso dedichiamo 7 piccole vasche in cemento e lo vendiamo nel nostro spaccio aziendale dove trovano posto tutte le nostre etichette, il nostro olio e anche alcuni prodotti come la conserva di pomodoro dalla produzione del nostro orto».

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