“Pochi vini, ma fatti col cuore” Mancini punta sui giovani

Moreno Mancini è un imprenditore che crede fortemente nei giovani, al punto da aver assunto sei anni fa un ragazzo non ancora 30enne, allo scopo di crescerlo e dargli in mano le redini della sua azienda agricola: la splendida Pertinello sulle pendici dell’Appennino tosco-romagnolo. Lui si chiama Filippo Leoni, oggi ha 34 anni e un’idea del vino che esplica con poche ma efficacissime parole. «La nostra filosofia? Poche bottiglie, ma fatte col cuore». Identità, è la parola chiave da cui si parte ogni giorno in questa cantina incastonata nel cuore della Valle del Bidente. Enologicamente parlando, siamo in una Forlì che non sembra nemmeno Romagna. I terreni di arenaria, la forte escursione termica e le altitudini dei vigneti, situati tra i 300 e 500 metri sul livello del mare, incorniciano un luogo atipico sotto tutti i punti di vista. «Pertinello – racconta Filippo – è pressoché isolata nel bosco, che qui è croce e delizia. Croce quando dobbiamo fare i conti con l’ingordigia dei caprioli e l’energia dei cinghiali, accettando di produrre meno uva e quindi meno vino. Ma è anche delizia, perché questo straordinario polmone verde trattiene l’erosione dei suoli, protegge il microclima, migliora il paesaggio anche dal punto di vista della bellezza e ci regala una biodiversità davvero autentica». Non a caso dei 60 ettari che compongono l’azienda Pertinello, “solo” 15 sono corsi da vigneti di Sangiovese, Albana, Pinot Nero e Riesling; tutto il resto è fitto bosco verde.

Le origini

La tenuta, relativamente giovane, ha saputo negli anni ricavarsi un suo spazio di pregio tra le realtà di maggiore qualità presenti in Romagna. Qui tutto è iniziato alla fine degli anni ’90, quando la proprietà era ancora in mano alla famiglia Serafini. Si produceva solo Sangiovese, declinato in un’unica bottiglia che era il simbolo dell’azienda. Tra il 2006 e il 2007 avviene il primo grande cambiamento, con l’acquisto di Pertinello da parte dell’imprenditore appassionato Moreno Mancini. Amante del buon vino, si mette subito al lavoro per dare un’impronta nuova e personale, impiantando vigne nuove e portando in questa fetta d’Italia l’interessante sfida degli internazionali, appunto col Pinot Nero e il Riesling.

È così che in quest’area che i paesani chiamano “Arpineto”, suggerendo la presenza di foreste, comincia a nascere qualcosa di davvero interessante. E proprio come il moto vigoroso del Bidente, che scorre agitato tra le fitte canne, anche qui i cambiamenti e le novità entrano quasi ogni giorno dalla porta principale, rimanendo a dare il loro contributo. A partire dalla conversione in biologico avvenuta nel 2012, fino all’arrivo nel 2015 di Filippo Leoni. «Ci conoscevamo perché comunque siamo entrambi della zona – ricorda Filippo – e lui in quel periodo stava cercando una persona da inserire in azienda. Ci diamo appuntamento, facciamo un incontro e alla fine abbiamo dato inizio al nostro percorso insieme, riuscendo oggi a toglierci le prime soddisfazioni». Per dire la verità, Moreno a Leoni ha lasciato in mano tutta la gestione, fidandosi del tocco e dell’estro di questo giovane 34enne che ama la terra e rispetta il tempo.

Il lavoro

«In campagna non esistono orari e non esistono sabati o domeniche. Quando la natura chiama bisogna rispondere; ed è bello proprio per questo». Insieme ad altri quattro collaboratori, Filippo segue dall’inizio alla fine tutto il processo di produzione, dalla cura delle piante in vigneto, alla vinificazione in cantina. Mettendoci dentro anche qualche spolverata di amministrazione, un po’ di comunicazione e tanti viaggi alla scoperta degli altri territori (perché il confronto è sempre importante) e per promuovere il proprio.

«Dal 2019, inoltre, stiamo cercando di spostarci sempre di più verso un approccio naturale – spiega –. Il tempo e la natura sono i due elementi che devono fare il vino, con la mano dell’uomo che interviene per aiutarli ad esprimersi al meglio. Facciamo quindi solo fermentazioni spontanee, l’uso della solforosa è praticamente nullo e i nostri vini non vengono chiarificati né filtrati. Insomma: dentro c’è solo uva». 70mila sono all’incirca le bottiglie prodotte ogni anno – tra cui svettano tre sangiovesi, un Riesling in purezza e un Pinot Nero – ognuna delle quali è un tassello che punta a salvaguardare il territorio.

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