Pizzolante: la retorica delle paure e delle periferie

Pizzolante: la retorica delle paure e delle periferie

La retorica del racconto politico e giornalistico di questa epoca sta quasi tutta dentro dei cliché. Quali? La Lega vince perché la sinistra ha abbandonato le periferie, perché il Pd ormai non sarebbe più di sinistra ma di centro. Non in senso politico ma geografico, del centro città. Dello Ztl. I 5 stelle vincevano perché attenti al sociale.
C’è qualcosa di vero, in qualche particolare, ma non è vero in senso generale ed assoluto.

E’ vero che la sinistra, il centro sinistra, non dà più risposte alle paure. Ma è vero anche che nemmeno i populisti di destra e di sinistra le danno. Perché impegnati sul lato opposto. Alimentare le paure. Moltiplicarle, amplificarle. Il loro fatturato politico viene da lì. Chi ha paura deve saperlo.
Chi glielo dice? Su quale giornale? In quale Talk show? Sul Corriere della Sera, Giovanni Belardinelli, ottimo analista politico, dice che le forze di sinistra o moderate di centro, dovrebbero tornare nelle periferie per dare risposte, sull’immigrazione clandestina, sulla sicurezza. Dice che Minniti ci ha provato, ma è stato contrastato nel suo partito, principalmente.
Anche qui, c’è del vero. Ma non è vero. Minniti è andato, in campagna elettorale, nelle periferie del suo collegio di Pesaro. Da Ministro dell’Interno che aveva ridotto dell’ottanta per cento i flussi migratori, aumentato i rimpatri (molti più di quanti ne ha fatti poi Salvini) e l’allerta sicurezza. Ma il “popolo” di Pesaro, tradizionalmente di sinistra, se ne è infischiato. Minniti è arrivato terzo. E Allora?
Giorgio Novello, top manager di un colosso come Avio spa, è stato cacciato, in questi giorni, dal prestigioso bar del salotto buono di Padova. Dal direttore e dal cameriere del locale. Giorgio Novello era su un motorino per disabili, combatte da 7 anni contro la sclerosi multipla. Cacciato! Perché il disabile dava fastidio. Non è la periferia disastrata di Roma.
E’ cresciuto un livello di intolleranza senza più freni nel Paese. E di cattiveria e di inciviltà. Anche al centro, delle città e della politica. Chi lo racconta? Quale conduttore televisivo si assume la responsabilità di dire che qualcosa è stato sbagliato nel racconto ipertensivo del Paese in questi ultimi decenni. Quale intellettuale rompe il cliché? Negli anni 60-70 si invocava la “la fantasia al potere”. Cosa simpatica e divertente. Sino agli attentati terroristici. Perché le fughe dalla realtà sono belle, inebriano, ma poi, se non le fermi in tempo, finisce male.
Oggi al potere c’è l’intolleranza. Non può che finire peggio.
La politica? La colpa della politica? C’è del vero. Ma non è vero. La politica non c’è più. Da 30 anni almeno.
C’erano i partiti democratici, con dei difetti. Abbiamo ammazzato i partiti e ci siamo tenuti i difetti. Personalismi, affarismi, egocentrismi.
30 anni fa il problema era la politica di Craxi e Andreotti, via, fuori! Poi Prodi, D’Alema, Berlusconi, via, fuori! Poi Renzi.
Fatta fuori la politica abbiamo l’antipolitica!
Quanto costa l’antipolitica? Citofonare Taranto.
Chi ha mai visto un direttore di giornale fare autocritica? Da Mieli a Scalfari, che stanno lì dai tempi di Craxi? O un conduttore televisivo? Da Vespa a Formigli a Giordano a Mentana? O un intellettuale alla Galli Della Loggia? Lasciamo stare i Travaglio.
La percezione della paura e della insicurezza da dove viene se non dal racconto ansiotico e perverso e falso, della realtà. Ogni giorno. Per decenni.
Sì la politica non va più nelle periferie, ma il danno, speriamo non irreversibile, viene dalla fuga verso le periferie del pensiero. Di molti.
“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”
Direbbe Gaber a chi ha il dito puntato da 30 anni.

*già parlamentare

Argomenti:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *