man writing on paper

Il 13 aprile, l’Agenzia delle Entrate ha emesso una circolare interpretativa di 44 pagine, del Decreto “liquidità”‘ per le imprese, per il quale sono state necessarie 80 pagine. Seguiranno migliaia di pagine di interpretazione delle migliaia di quesiti. Poi seguiranno le domande delle imprese alle banche. Se sei fortunato, un bravo funzionario di banca viene in ufficio, ti fa firmare una cinquantina di pagine, solo per la domanda. Ti lascia una guida di almeno 30 pagine per la valutazione del merito del credito. Questo nella misura in cui l’impresa abbia superato lo scoglio, spesso insuperabile, della richiesta di garanzie personali. Poi iniziano le procedure, mesi, per avere un risultato. Tutt’altro che scontato. Con queste procedure la Riviera Romagnola, dopo la guerra, non sarebbe mai nata. Bastarono allora pacchi di Cambiali, pagherò, e via.

Ma il confronto non va fatto solo con il passato. Il confronto più duro è con il futuro.
Un mio caro amico, consulente, milanese, di aziende con più sedi nel mondo, mi racconta che spesso i suoi clienti si stupiscono per la rapidità con la quale riesce a gestire una massa enorme di procedure burocratiche in diversi paesi nel mondo. Nessuno stupore, negli altri paesi, non sempre ma spesso, le 80 pagine del Decreto e le 44 interpretative, consistono in due paginette di soluzioni legislative senza interpretazioni possibili. E bastano documenti auto certificativi per accendere al credito. O ad altri servizi. I controlli avvengono dopo. E sono durissimi. Da noi prima. E sono impossibili. È questa la nostra distanza dal futuro. E vale in ogni settore. In ogni relazione Stato e impresa.
Per questo se altri paesi crescono noi cresciamo di meno e se altri paesi decrescono, noi di più.
Perché, nel mondo, le imprese devono combattere, competere, con gli avversari, in Italia ai competitori si aggiunge un nemico: lo Stato.
Esoso, prepotente, inefficiente.
Le imprese italiane hanno come socio imposto (di maggioranza) lo stato del fisco e come principale nemico lo stato della burocrazia. Che sega, da decenni, il ramo dove è seduto: la capacità di fare impresa degli italiani.
Che da sempre, ad iniziare dalle cambiali, è il grande motore di questo paese. Privo di altre materie, prime.
Perché succede tutto ciò?
Si dice che sia colpa della politica. È vero.
Se i politici, che il popolo elegge, non riescono a frenare questa corsa verso il precipizio, sono colpevoli. Però, pensiamoci bene, quante volte, negli ultimi 30 anni, noi abbiamo cambiato i politici perché colpevoli e li abbiamo sostituiti con gli anti politici? E perché, nonostante questo, quelli che Angelo Panebianco definisce “gli avversari della ripresa”, lo spirito di fazione, lo statalismo, la burocrazia, il panpenalismo, sono sempre più presenti e potenti nella società italiana? Da Tangentopoli, così, per dire, le burocrazie, dai ministeri ai comuni, le Procure, che dovevano difenderci dalla discrezionalità dei politici corrotti e dagli imprenditori corruttori e speculatori, sono più o meno potenti? E va meglio? E sono nati politici migliori, politiche migliori? Uno Stato migliore?
Cioè, l’anti politica che ha sostituito la politica, i partiti, il pensiero politico, la storia, la memoria, è una buona politica?
La gente, il popolo, gli elettori, in questi decenni, hanno edificato uno Stato migliore?
È colpa del popolo allora? Della geeente?
Non voglio dire proprio questo.
Ma una riflessione dentro di noi vogliamo farla o no? Se vogliamo essere protagonisti della ricostruzione!
Cioè, se un terzo degli italiani vota il signor Grillo, che a Bruxelles disse che non bisognava dare i soldi all’Italia, perché sarebbero andati alla mafia e questo signore, oggi, esprime il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri, di cosa ci lamentiamo se i soldi, alcuni, non vogliono darceli?
Se i principali partiti di maggioranza ed opposizione, sostengono che non vogliono, pur avendo noi le pezze al sedere, 36 miliardi a tasso zero, dal MES, senza condizioni, di cosa ci lamentiamo?
Di noi stessi. Sarebbe più onesto.
Dobbiamo prepararci a spazzar via ciò che l’anti politica ha prodotto se vogliamo ricostruire.
Non ci sono alternative.

*già parlamentare

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