Cristina Scocchia, giovanissima amministratore delegato di KiKo, importante gruppo della cosmetica, ha sostenuto, nella trasmissione di Lilly Gruber, che la sua azienda ha subìto uno shock di offerta e domanda che non si vedeva dalla crisi petrolifera dell’89, e ha stimato di perdere tra il 37% e il 50% di fatturato e un terzo dell’occupazione. È il racconto che possono fare quasi tutti gli amministratori delegati di gran parte delle aziende italiane. Ci sono eccezioni, naturalmente, ma, appunto, eccezioni. Sappiamo che per bar, ristoranti, negozi, alberghi, è peggio. Molto peggio.

Si sa, non è un problema solo italiano. Ma in Italia il problema è più serio. Perché a differenza di altri paesi europei noi abbiamo un debito pubblico quasi doppio. Una minore produttività, una più bassa occupazione, salari minori. Tutto questo, unito ad una pessima burocrazia. E con un potere giudiziario invasivo ed esorbitante, che paralizza la pubblica amministrazione, spaventa l’intrapresa privata, intimorisce i decisori pubblici. Le istituzioni democratiche, la “politica”, per intenderci. Problema sottovalutato ed enorme.
Quante decisioni politiche sono assunte non in funzione di ciò che è necessario oggi ma per paura delle Procure della Repubblica domani? Bisognava chiudere il giorno prima o il giorno dopo? E perché nel Comune confinante no?
Abbiamo visto le Procure occuparsi di queste cose. Sappiamo che se ne occuperanno ancora. Sappiamo che le televisioni ed i media, sono pronti a trasformare gli “eroi” in mostri Sappiamo che stiamo affrontando la più grande crisi di sempre, dopo le guerre, con un governo debole, debolissimo. E nel caos dei conflitti istituzionali. Regioni, Comuni.
Quanto può reggere un Paese così? Quanti Decreti Ristori? A che prezzo? Per quanto tempo ancora possiamo riscaldarci con il fuoco della paglia?
Ecco, il Covid ha evidenziato le malattie pregresse del Paese.
E, lo sappiamo, drammaticamente lo sappiamo, che il Covid è particolarmente letale per chi ha una o più malattie pregresse.
Ne ho elencate un bel po’ adesso. Se non le rimuoviamo, una per una, con determinazione e forza e coraggio e serietà, l’Italia diventerà un Paese in terapia intensiva. Non è un problema di una o due settimane di chiusura, parziale, totale, a colori. Questo è il cuore del dibattito, certo è un problema, ma non è il cuore del problema. Siamo un Paese vecchio, con molte malattie pregresse, litigioso, astioso, intollerante. Questo è il problema. Il Covid mette tutto in trasparenza. E colpisce duro. Ma continuiamo a non voler vedere.
C’è un famoso spot pubblicitario che dice: “è invisibile, ma vedrai”. Ecco, le nostre malattie sono visibili, ma non le vediamo.
Cosa fare, da dove iniziare. Difficile.
Cosa però può fare ognuno di noi. Abbiamo bisogno di silenzio ed impegno. Io ho smesso di guardare trasmissioni televisive e Facebook. Ascolto solo radio Rai due. Per ridere un po’. Guardo i dati sì, ma poi cambio canale appena vedo un “esperto” che mi ricorda di lavarmi le mani. E se diventa impossibile non incontrarne altri, su altre televisioni, spengo tutto. Lo stesso faccio quando vedo giornalisti e politici che urlano ed insultano.
Servirà a qualcosa? Per me stesso sì.
Credo però che il Paese potrà avere una reazione, uno slancio di unità, responsabilità, serietà, come è successo altre volte nella nostra storia, solo se togliamo il respiro ai ciarlatani.
E ci vorrebbe una guida, un riferimento forte. Capace di parlare non solo dei prossimi giorni, ma dei prossimi anni. Un respiro. Una visione. Usiamo 200 miliardi per i ristori o per guarire le malattie pregresse? Un grande investimento sul nostro futuro. Dire come, dove, quando.
In questo contesto si può dire dei sacrifici delle prossime settimane. Senza questo si alimenta il caos.

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