Pif a Rimini: la mafia puzza, la libertà profuma

Da mercoledì 21 a sabato 24 luglio nel centro storico di Rimini si ritorna ad ascoltarsi, dal vivo, per quattro serate estive dedicate alla voce, con ospiti dal mondo della letteratura, della musica, del cinema, della radio. La nuova rassegna Biglietti agli amici nasce infatti per celebrare il potere del racconto orale come fulcro di una trasformazione contemporanea.

Questa sera alle 22 nella Piazza sull’Acqua al ponte di Tiberio Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, conduttore televisivo, autore televisivo, sceneggiatore, regista, scrittore, attore e conduttore radiofonico incontrerà la giornalista Cecilia Sala.

Con la sua inconfondibile voce, Pif ci ha raccontato storie di eroi solitari, di battaglie infinite, di persone che hanno sacrificato le loro vite. Darà loro voce – con un sorriso che contagia, ma contemporaneamente indagatore, che non si ferma alla superficie ma che scava in profondità – ancora una volta, in questo incontro intitolato “La voce della battaglia”, raccontando le sue molteplici sfaccettature e il suo percorso artistico.

Ne abbiamo parlato con lui.

Pif, partiamo proprio dall’evento che la vedrà protagonista a Rimini. Ci racconta di cosa si tratta? E di Rimini cosa ci dice?

«Sarà un’interessante chiacchierata che verterà su di… me. In realtà è da diverso tempo che non vado a Rimini. Posso dire che l’Emilia-Romagna per me è la miglior regione italiana perché è il giusto compromesso tra il benessere del Nord e il calore, la gioia e l’accoglienza del Sud. Ho sempre ammirato la genialità che avete avuto nel riuscire a creare un vero e proprio impero sul mare, pur non avendolo bellissimo. Probabilmente se noi meridionali fossimo stati come voi, saremo stati ricchissimi, con il nostro mare. Con il senno di poi comprendo il perché dite molto spesso: “Andiamo in spiaggia”».

Questo incontro si chiamerà “La voce della battaglia” e lei di battaglie ne ha fatte tante. Su cosa è importante combattere oggi?

«Credo che ognuno abbia la propria battaglia. Per quanto mi riguarda, da palermitano è la mafia. Se ognuno di noi si facesse carico di una causa, sicuramente il mondo sarebbe migliore. A me, fanno schifo – mai parola è stata più azzeccata – i mafiosi, i fascisti e i corrotti. Altri argomenti che mi stanno particolarmente a cuore sono il clima e la salvaguardia degli animali, oltre che i femminicidi che ogni giorno sono purtroppo un bollettino di guerra».

Recentemente è uscito il suo libro “Io posso. Due donne sole contro la mafia”, scritto a quattro mani con il giornalista Marco Lillo. Perché avete deciso di raccontare questa storia?

«È l’unico libro di cui non si può spoilerare il finale perché devono ancora scriverlo i lettori. I diritti d’autore sono stati ceduti alle protagoniste del libro, due donne di origine sarda che da trent’anni a Palermo combattono una personale guerra di mafia».

Chi sono Maria Rosa e Savina Pilliu?

«Immagina di tornare un giorno a casa e di trovare un costruttore legato alla mafia lì davanti. Immagina che ti dica che quella non è casa tua, ma sua; immagina che, qualche anno dopo, te la danneggi gravemente per costruirci accanto un palazzo più grande. Immagina di dover aspettare trent’anni prima che un tribunale italiano ti dia ragione. Immagina che poi ti riconoscano un compenso per i danni che però nessuno ti pagherà mai, dato che il costruttore nel frattempo è stato condannato e lo Stato gli ha sequestrato tutto. Immagina che di quella somma l’Agenzia delle entrate chieda il 3 per cento. Questo è quello che è successo alle due sorelle».

E lo Stato?

«In questi trent’anni lo Stato c’è stato, a volte è scomparso e alla fine è comparso in modo maldestro. Non so se ci fosse bisogno di tutto questo tempo, forse in un pomeriggio al catasto si sarebbe scoperto a chi apparteneva quella proprietà. Ora lo Stato chiede tasse su una somma che non si potrà incassare proprio perché è lo Stato a confiscare i beni al debitore. Non possiamo solo fare spallucce, altrimenti diamo un messaggio sbagliato. Intanto, il Fondo per le vittime di mafia cui le sorelle si sono rivolte nega loro il supporto!».

È sempre stato in prima linea per dire “no” alle mafie. Se dovesse spiegarle ai più giovani cosa direbbe?

«La lotta alla mafia è la lotta per la libertà. Dobbiamo liberarci “dal puzzo del compromesso morale per respirare il fresco profumo della libertà”, come diceva Paolo Borsellino».

Lei è regista e attore. Ma quale valore comunicativo hanno il piccolo e grande schermo per quanto riguarda la legalità?

«Innanzitutto informare, permettendo così alle persone di non voltarsi dall’altra parte, e scuotere le coscienze. Credo che non serva essere il leader della lotta antimafia, ma sia invece fondamentale partecipare alla lotta».

È siciliano, esattamente di Palermo. Che cosa rappresenta per lei questa città?

«È il posto che mi ha visto nascere e crescere e rimarrà per sempre la mia città. È impegnativa, dà baci e carezze, ma più spesso schiaffi molto forti».

Racconta la mafia in una maniera particolare, attraverso l’ironia e la leggerezza. Il sorriso è importante anche quando si tratta di raccontare eventi piuttosto tragici?

«Certamente. Finché esisterà la forza di ridere, ci sarà ancora una speranza. Le mafie continuano a provare a toglierci tutto, ma non ci toglieranno mai il sorriso; proprio con quest’ultimo noi tenteremo di avere la meglio».

Cos’è il silenzio?

«La miglior parola è quella che si dice; per troppi anni il puzzo dell’omertà ha vinto su tutto il resto. Ora è arrivato il momento di invertire la rotta. Tanto è stato fatto ma ancora non basta».

L’abbiamo vista nel suo programma storico “Il testimone”. Di cosa noi oggi dovremmo essere testimoni oggi?

«In questi ultimi anni siamo testimoni di un cambiamento culturale che oramai è in atto; quello che secondo me dovremmo fare è quello di essere attivi, il più possibile. Dovremo essere testimoni attivi di ogni cambiamento».

Alle 21 incontro “Le voci di Rimini” a cura di Marco Missiroli. Alle 22 Pif e Cecilia Sala. Ingresso gratuito

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