Pietroneno Capitani presenta “Le ultime ore di Civitella”

RIMINI. Siete mai entrati nella fortezza di Civitella del Tronto? Sapete cos’è successo fra le mura di quella rocca abruzzese, piena di storia e bellezza, che domina uno dei borghi più suggestivi d’Italia? Lo racconta nel suo ultimo libro Pietroneno Capitani, che all’imponente opera di ingegneria militare tra le più importanti realizzate in in Italia, ha dedicato il romanzo storico Le ultime ore di Civitella, in uscita il 27 aprile. Tra le pagine, l’ultima difesa contro un’Italia unita che non fu voluta da tutti, e una storia d’amore, brigantaggio, patriottismo sul confine fra il Regno dei Borboni e lo Stato Pontificio, nel periodo in cui si costruisce la nuova Italia. L’amore che coinvolge il lettore fino all’ultima pagina è quello di un uomo che deve raggiungere una donna; per farlo dovrà affrontare freddo, neve, boschi, gole, pericoli e briganti. «Mi sono messo in un bel pasticcio ma, d’altra parte, l’amore non è forse una follia, necessaria per vivere?».

Capitani, a giorni uscirà il suo nuovo romanzo “Le ultime ore di Civitella”, un libro che parla d’amore e brigantaggio nell’Italia del Risorgimento (1860 e il 1861). Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia e quanta verità storica c’è nei personaggi e nella vicenda?

«Soprattutto la voglia di raccontare una storia poco conosciuta, con la possibilità di inserire e parlare di un personaggio realmente esistito, Giovanni Piccioni, il brigante, che mi ha sempre affascinato, che è una “leggenda” nell’ascolano, a mio parere sottovalutato. A parte lo svolgimento del racconto e il mio protagonista, Vincenzo Leone, tutti i fatti e i personaggi sono veri, realmente esistiti, così come i fatti che racconto».

Per salvare una donna ignara del suo amore per lei, il protagonista si ritrova ad affrontare seri pericoli e ad affidarsi a un brigante che di sé dice: «Mi è rimasto il senso dell’onore e della lealtà. Sono un brigante onesto. Può capirlo?». Ecco, che tipo di brigantaggio era quello di Civitella? E cosa c’è di non raccontato sulle ultime giornate di resistenza nella rocca?

«Il brigantaggio di quel periodo, era, in effetti, da quelle parti, per l’idea che mi sono fatto, una resistenza contro quello che veniva considerato un invasore, il Piemontese, che “costruiva” l’unità d’Italia. Nello specifico Giovanni Piccioni comandava un gruppo di diverse centinaia uomini, anzi, un paio di migliaia, che avevano le più disparate motivazioni per stare alla macchia. Dal semplice fuorilegge che aveva debiti con la giustizia, ai fuorusciti, agli sbandati borbonici, agli idealisti come penso sia il mio protagonista».

Il libro parte da una vicenda che spinge un nipote a ripercorrere un viaggio alla scoperta delle proprie radici. Le sue si dividono tra Marche e Romagna e proprio di queste terre lei riporta tra le pagine anche i dialetti, una sua passione. Può dirci qualcosa di più?

«È una cosa che contraddistingue un periodo della vita. Si cerca di sapere da dove si viene. Io personalmente sono riuscito a arrivare alla fine del ’600. Al di là di questo, la Romagna e le Marche sono in me. Quando avevo due anni la mia famiglia, come migliaia di ascolani, si è trasferita a Rimini. È normale che che ci si senta legati a entrambi i luoghi. A Ascoli sono nato, a Rimini sono cresciuto e mi sono formato. Ho sempre sentito parlare, in casa, in dialetto e quello ascolano l’ho imparato dai miei. Conosco anche il romagnolo. Ho recitato tre anni con il riminese Guido Lucchini “principe” delle commedie dialettali, e poi, soprattutto, sono stato buon amico di Tonino Guerra che diceva che il dialetto è la lingua con cui si nasce e che ci accompagna per tutta la vita».

Qual è nel suo libro il personaggio che la ispira di più?

«Senza dubbio il brigante, potremmo dire partigiano o guerrigliero, Giovanni Piccioni. Intanto il brigante mi piace perché combatte contro il potere e poi perché, nello specifico, il Piccioni, mi sono convinto anche parlando con il pronipote Luigi, combatteva davvero in buona fede: la sua figura andrebbe maggiormente valorizzata».

Cosa la spinge a scrivere e cosa può rappresentare oggi, nella difficile situazione che stiamo vivendo, un libro?

«Scrivere un libro è un’avventura della fantasia, meravigliosa. In un romanzo storico come questo, se non vuoi scrivere stupidaggini devi documentarti ed essere curioso. Sono più di tre anni che leggo libri e vado a vedere luoghi, consultare carte, cercare in archivi. Il bello è, per me, soprattutto quello, la curiosità che ti porta a cercare, anche le parole. Non ho mai consultato così tanto il vocabolario Treccani. Per chi legge, invece, spero, soprattutto la storia, il suo sviluppo e il fluire delle parole. L’avventura finisce in questo periodo, ma è partita qualche tempo fa».

Cosa si potrebbe fare oggi per trasmettere meglio il valore storico della fortezza di Civitella?

«Ogni borgo antico ben conservato, e Civitella lo è, ti dà la possibilità di immaginare storie e “parlare” con i fantasmi di chi li ha abitati. Basta pensare a Guidone di Petrella Guidi, Azzurrina di Montebello, Costanza Malatesta di Montefiore o l’incasato di Grottammare alta, tanto per tornare dalle parti dell’ascolano. La fortezza di Civitella del Tronto, borbonica, si è arresa, ultima, tre giorni dopo l’incoronazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia, il 20 marzo 1861. Solo questo, oltre alla bellezza e alla possenza della struttura, meriterebbe un viaggio».

Si può prenotare il libro sul sito www.primicerieditore.it

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