Pietre Miliari: Velvet Underground – The Velvet Underground & Nico

Rigorosi, nichilisti, scuri e pericolosamente sensuali, i Velvet Underground furono i primi a rendere il rock adulto e smaliziato, i primi a cantare squallide e brutali verità nel pieno del colorato ottimismo degli anni Sessanta. Una sordida e stridente poetica delle contraddizioni che il gruppo lanciò in mezzo al trionfo delle colorature psichedeliche e dei fiori del pacifismo e del collettivismo hippie.

“The Velvet Underground & Nico” (1967), il loro disco d’esordio, provava ad immaginare il “dopo-Beatles”, un rock libero dai “generi”, la contaminazione tra culture, l’oltre di un suono privo di condizionamenti mercantili. Undici brani in cui confluivano il pop, il blues, il jazz, il minimalismo e le sperimentazioni della musica colta contemporanea. Una musica fatta (senza trascurare l’appeal melodico di alcune canzoni…) di feedback improvvisi, ronzii lancinanti, armonie prolungate, ripetizioni stridenti, momenti di esplosioni furiose di un rumore rabbioso. Pezzi la cui valenza espressiva si concentrava nello stile chitarristico di Lou Reed (il cui obiettivo era riuscire a far suonare la chitarra come la tromba di Ornette Coleman) e in quello “nervoso” ed efficace di Sterling Morrison, sottilissimo inventore di atmosfere, in grado

di suonare accordi che, come disse lo stesso Reed, “non immaginavo potessero esistere”; nel lessico ritmico di Maureen Tucker, sempre consapevole del valore della semplicità, del ritmo nudo (un sound ipnotico, il suo, contrassegnato da intervalli regolari e della medesima intensità e che si ispirava alle percussioni africane); negli arrangiamenti di John Cale, artefice dei tratti più “estremi” e sperimentali che caratterizzavano il suono dei Velvet; e, infine, nei testi di Reed, che evidenziavano bruschi passaggi da un linguaggio colto ad uno slang di strada, da una narrazione piana e lineare al flusso di coscienza, raccontando storie di droga, amore, sesso, disperazione, violenza, smarrimento, fede, sbornie e solitudine [“Perché quando l’ero comincia a fluire / Non mi importa più di nulla / Di tutti i Jim-Jim di questa città / Di tutti i politici che fanno strani rumori / Di tutti quelli che buttano giù tutti gli altri / Di tutti i cadaveri in pila / Quando l’eroina è nel sangue / E quel sangue è nella testa / Allora grazie a Dio sto bene come fossi morto / E grazie al vostro Dio non sono più consapevole / E grazie a Dio non mi importa più / E immagino che proprio non so” (Heroin); “Lucidi, lucidi stivali di cuoio / La donna bambina con la frusta ti aspetta nel buio / Viene a comando, il tuo servo, non dimenticarlo / Colpisci, padrona cara, e cura il suo cuore / Peccati vellutati da fantasie di lampione / Rincorri i costumi che lei indosserà / La pelliccia di ermellino adorna la sua imperiosità / Severin, Severin ti aspetta là / Lecca il perizoma, la cinta che ti spetta / Colpisci, cara padrona, e cura il suo cuore / Severin, Severin, parla con un fil di voce / Severin, giù in ginocchio / Assaggia la frusta, un amore dato non a cuor leggero / Assaggia la frusta, e sanguina per me” (Venus In Furs); “Domenica mattina, cade la pioggia / Ruba un lenzuolo, condividi un po’ di pelle / Le nuvole ci stanno avvolgendo in momenti indimenticabili / Ti adatti per entrare nella forma in cui sono io / Ma le cose diventano folli / Vivere la vita diventa difficile / Me ne andrei volentieri per la mia strada, se sapessi / Che un giorno mi riporterebbe da te” (Sunday Morning)]. Su tutto, si facevano poi strada le voci: quella dal tono distaccato, lugubre e teutonico, di Nico (cantante e attrice) e quella di Reed, vicina al parlato e priva di coinvolgimento emozionale.

<<“The Velvet Underground & Nico” – ha scritto Gino Castaldo – si può considerare, alla fine, una meravigliosa invenzione sonora che ha resistito al tempo. Se molte musiche di quegli anni risultano oggi più datate, quella pulsazione elettrica che è stato il marchio Velvet non ha perso nulla del suo fascino. Quel suono è “il” suono del rock, e se c’è un lessico possibile per la sferzante durezza della scabra verità del rock underground, va tutto cercato nei pezzi incisi negli anni Sessanta dai Velvet Underground. Un raro, elevato esempio di arte urbana del Ventesimo secolo che poi decine di gruppi hanno in qualche modo sviluppato, copiato, reinventato da allora fino ai giorni nostri>>.

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