Per tutta la sua carriera Tom Waits non si è fatto scrupoli di coerenza, ha evaso facili classificazioni e ha scritto musica originale che sfida qualsiasi tentativo di definizione.

In questo album del 1983 Waits appare affascinato dai suoni di cui è fatta la musica e finisce per dar vita ad una specie di teatro di strada, rumoristico e dissonante.

Composizioni quanto mai singolari e spigolose, suonate con strumenti anomali, in cui grande importanza viene data alla ricerca timbrica e all’impalcatura ritmica e sulle quali aleggia lo spirito di Harry Partch, insolita figura di compositore vagabondo e creatore di strumenti improbabili.

A dare profondità al tutto, la valenza poetica dei testi [“Ho esploso 16 colpi da un revolver calibro 30/ E il Corvo Nero s’è infilato attraverso un buco nel cielo/ Ho speso l’anima per un vecchio mulo da soma/ E ho costruito una scala da una marimba del monte dei pegni/ E l’ho appoggiata a un dente di leone” (16 Shells From A Thirty-Ought- Six); “Tornò dalla guerra con l’idea di fare una grande festa/ E una Brougham DeVille truccata/ E un paio di gambe che si aprivano come ali di farfalla/ E una bestia in calore inarrestabile/ Conobbe all’esercito della salvezza una ragazza/ Che soffiava lacrime amare in un trombonepescespada (Swordfishtrombones)], unita ad una notevole sensibilità melodica, e la “sconcertante” vocalità del Nostro, radicalmente antigraziosa, artefatta dall’alcol, dal fumo e dall’intelligenza tattica – se solo si analizza un po’ più a fondo la musica di Waits, ci si rende conto che ha tanti cambi di accordi appena accennati e il risultato “ricorda una vecchia auto che ha bisogno di essere messa a punto”; tutti questi suoni, alla fine, creano un ritmo che è la base perfetta per la sua voce…

“Waits – ha scritto Patrick Humphries – pare offrire nella sua opera una sorta di verità, il suo modo di rappresentare coloro le cui schiene sono spezzate da una società che esige il successo e si preoccupa poco dei fallimenti è pietoso senza sembrare penoso. Egli non ha mai glorificato lo squallore, ne ha riconosciuto semplicemente l’esistenza, identificandosi con coloro i quali devono sbarcare il lunario in tal modo”.

Nessuno meglio dell’artista americano, si può aggiungere, e “Swordfishtrombones” lo dimostra una volta di più, ha saputo farsi cantore dell’emarginazione, dei figli reietti “in bilico perenne tra beatitudine ed ebetitudine”.

“La mia memoria non è una fonte di dolore. Parti di essa sono come un monte dei pegni, altre parti sono come un acquario e altre ancora come un cassetto. Penso che ci sia un luogo in cui la nostra memoria diventa distorta come uno specchio da luna park: quella è l’area che più mi interessa” (Tom Waits).

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