Pietre Miliari: Stevie Wonder – Songs in the key of life

Stevie Wonder compì 21 anni con “Where I’m coming from” (1971), un lp che rappresentava la presa di possesso della sua vita d’artista, l’esigenza di incidere album con un tema, un discorso unitario. Poi con “Music of my mind” (1972) venne la consacrazione di un artista assolutamente indiscutibile tanto per il pubblico nero che per il popolo del rock, che lo acclamava senza riserve. Anche perché il musicista americano non aveva limiti espressivi. Poteva parlare della decadenza del ghetto, della disaffezione alla politica, o criticare Nixon, ma nello stesso tempo comporre canzoni, calpestare sentieri cari ai sentimenti e rinnovare la struttura della black music – in certi suoi brani, solo per fare un esempio, c’era un uso sofisticato della struttura antifonale presente nel gospel, nel blues, nel jazz e nella musica popolare in genere.

“Songs in the key of life”, uscito nel 1976, costituiva il coronamento di una carriera che aveva già prodotto in precedenza molti importanti lavori: un caleidoscopio di sonorità e voci a cui parteciparono musicisti e cantanti come George Benson, Herbie Hancock, Minnie Riperton (la lista dei crediti è sconfinata…).

L’album portava dentro di sé i germi del funk, del pop, del jazz, del folk e del r&b. I pezzi (Village Ghetto Land, Pastime Paradise, Ebony Eyes, Isn’t She Lovely, Saturn, I Wish, Sir Duke, As, Ordinary Pain…) mettevano in mostra la cura perfezionistica degli arrangiamenti. Wonder, attraverso un utilizzo quanto mai creativo dello studio di registrazione, dava libero sfogo al suo tendere verso l’orecchiabile nel ricercato: lo testimoniavano i profili che assumevano le melodie, l’ambiente armonico (l’impostazione dei rivolti denotava un’impronta personale che si differenziava dagli standard accordali), le intuizioni riferibili al tessuto ritmico, l’estro nell’elaborare i riff, i virtuosismi strumentali. In primo piano c’era, poi, la sua voce, legata alla tecnica del canto soul, che, capace di invenzioni e “svisature”, esprimeva tutto il senso del ritmo del musicista del Michigan, il quale aveva nella peculiarità del timbro uno dei propri punti di forza.

“Songs in the key of life”, che ancora oggi tanti giovani rapper guardano con riverenza, è e resta fondamentale per comprendere lo sviluppo della musica afroamericana ma anche per il processo di integrazione culturale che Wonder – propenso a mescolare nelle sue canzoni impegno sociale, pulsioni sentimentali e spirituali [“Ti piacerebbe venire con me / Lungo la strada senza uscita / Ti piacerebbe venire con me / A Village Ghetto Land / Guarda le persone che chiudono le porte / Mentre gli altri ridono e rubano / I mendicanti guardano e mangiano il loro pasto dai bidoni della spazzatura / Il vetro rotto è

ovunque / È una scena sanguinosa / Uccidere affligge il cittadino / A meno che non possiedano la polizia” (Village Ghetto Land); “Su Saturno / Le persone vivono fino a duecentocinque anni / Io sto per tornare su Saturno dove la gente sorride / Non abbiamo bisogno di macchine, perché abbiamo imparato a volare / Su Saturno / Solo per noi vivere lassù in alto è normale / Siamo venuti qui molto tempo addietro / Per trovare una strategia di pace alla vostra guerra / Uccidere uomini indifesi, donne e bambini / Che non sanno nemmeno per cosa stanno morendo / Non possiamo fidarci di voi quando vi schierate / Con una pistola, la Bibbia in mano / E l’espressione fredda sul viso / Dicendo dateci ciò che vogliamo o vi distruggiamo” (Saturn); “Non è adorabile? / La vita e l’amore sono la stessa cosa / La vita è Aisha / Il significato del suo nome / Londie, questo non sarebbe mai potuto accadere / Senza di te che l’hai concepita / È così adorabile creata dall’amore” (Isn’t She Lovely)] – è riuscito a rappresentare in maniera unica.

“Ho sempre sognato – scriveva alcuni anni fa Gianni Minà a proposito di Wonder – di fare un programma televisivo tutto dedicato al suo talento di compositore di canzoni senza tempo, al suo virtuosismo e genio dell’improvvisazione. Il rock, ma anche il blues e il pop gli devono molto, compreso il rap”.

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