Pietre Miliari: Ramones – Ramones

I Ramones sono stati gli artefici di una delle più fragorose rivoluzioni in ambito rock’n’roll. Al loro primo concerto non c’erano più di dieci persone, eppure centinaia di musicisti dell’area newyorkese hanno sostenuto, nel tempo, di aver assistito all’evento. Da lì è partita, come ormai riconoscono tutti, quella rivoluzione sonora (e non solo) chiamata punk.

La band capitanata da Joey Ramone era una delle tante creature del CBGS’s, il locale di New York che diede voce alla cosiddetta blank generation. I Ramones, però, a differenza di Patti Smith, di Tom Verlaine e i suoi Television o dei Talking Heads, tutti artisti dalla chiara propensione intellettuale, avevano un rapporto totalmente “istintivo” con la musica: dentro le loro canzoni c’era il senso di rivolta di una generazione cresciuta ascoltando New York Dolls e Dictators, “che odiava l’ostentata eleganza del glam e la pomposità del progressive”. Basta ascoltare, per averne una conferma, “Ramones”, il loro disco d’esordio, datato 1976. Quattordici canzoni destinate a diventare “testi sacri” del punk, prese a modello anche nel vecchio Continente, dove i quattro componenti della “famiglia” (non erano parenti…) Ramone entrarono in contatto con i futuri eroi del punk inglese, Sex Pistols, Clash e Damned.

“Ramones” riassumeva al meglio quella che è sempre stata la “filosofia” del gruppo newyorkese e cioè la volontà di tenersi alla larga da ogni intellettualismo, dagli orpelli, dalle sofisticatezze patinate di cui tanto rock si mascherava. Una miscela essenziale di bubblegum music, di surf-pop e di rockabilly nelle cui pieghe si poteva intuire l’influenza dei Beatles, degli Stooges, degli Who, ma anche di Buddy Holly, dei Beach Boys e di Phil Spector. Una voluta riduzione dei mezzi (dimostrata anche dalla povertà della strumentazione) portava Joey e i suoi “fratelli” ad elaborare un costrutto sonoro dai tratti elementari. Brani – corti, velocissimi e caratterizzati da un approccio goliardico e liberatorio – che rifuggivano la complessità armonica e nei quali a risaltare erano il trattamento ritmico vorticoso, la dimensione timbrica elettrica e distorta, la messa a punto di ritornelli semplici e insistiti, i testi scabri e provocatori, in bilico tra humor e pathos, cha andavano configurandosi come “anthem” generazionali in antitesi alla presunta “cultura alta” dei rocker d’area new wave. Su tutto, si faceva poi strada la vocalità di Joey Ramone, esempio di come una voce porti nel microcosmo di una canzone il corpo e la personalità dell’interprete e di quanto influiscano i suoi colori nella comunicazione canora.

“Avevo 18 anni – ha detto Thurston Moore dei Sonic Youth – e mio padre stava morendo. La mia famiglia faceva avanti e indietro dall’ospedale e mi ricordo di essermi fermato in un negozio di dischi. Per tutto il tempo, mentre tornavo a casa, non ho tolto gli occhi da ‘Ramones’ e pensavo ‘che genere di musica faranno questi tipi?’ In casa l’atmosfera era tetra. Misi su l’album e tutti gli zii e le zie, e mia madre e mia sorella si alzarono e si misero a ballare per tutto il disco, urlando e liberando tutte le loro emozioni. Era roba che ti faceva sentire bene. Da allora l’ho ascoltato due o tre volte al giorno per più di un anno. Il punk aveva quest’immagine trasandata e sconvolta, eppure qui c’era un rock’n’roll fatto di precisione, ‘levigato’ ed essenziale. Era accurato nell’esecuzione e nel look. È davvero difficile, direi impensabile, immaginare cosa sarebbe stata la musica rock senza i Ramones”.

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