Pietre Miliari: Paolo Conte – Una faccia in prestito

Paolo Conte, nei suoi dischi, ha manifestato una vena che si è tradotta in un elegante e originale esercizio di immaginazione poetica, tanto che uno scrittore come Vincenzo Cerami lo ha definito “la più importante voce lirica dei nostri tempi”. Creatore di un universo fatto di memorie, calembour, bisticci, sogni disperati e aromi di dancing fuori uso.

In “Una faccia in prestito” ogni fattore – un ritmo, un motivo, un preziosismo – è segno di una cura per il dettaglio e per quanto dai dettagli promana. L’album, datato 1995, è attraversato da varie suggestioni musicali (nell’opera di Conte è possibile rinvenire, qua e là, qualche traccia di Duke Ellington, Earl Hines, Armando Gill, Gorni Kramer, Virgilio Ranzato, Georges Brassens, Renato Carosone Franz Lehár…), che però il musicista di Asti rielabora all’interno di una tessitura alquanto personale: cantabili imprevisti, sequenze armoniche inaudite per un contesto come quello rappresentato dalla canzone, cadenze inaspettate, deviazioni ritmiche. Il tutto innervato da un pianismo “impuro” e da “una voce torrefatta e porosa”, la cui intonazione è svagata.

“Le canzoni di ‘Una faccia in prestito’ – ha scritto Nicola Piovani – sono, come tutte le canzoni di Paolo Conte, sornionamente equivoche, dotate di testi strepitosi [‘Il luogo com’è? Una valle di nomadi/ Tutto qui/ Ascoltami, tu, uomo di Neanderthal, sì, o di Tangeri/ C’è qualcuno tra voi che sappia suonare/ Una danza vertigine, un ballo frin frun/ Che tolga le scarpe e le calze alle femmine?’ (Elisir); ‘Lui era un loden portato da una dolcezza senza rimpianti/ Da studi classici ardenti/ La lingua morsa tra i denti/ Lei era un cavallo, un gatto, un’ondata di mare nordico al sole/ Vestita come uno vuole’ (Architetture Lontane), n.d.a.] che a volte ingannano l’ascolto e possono far pensare a poesie che abbiano cercato melodie su cui poggiarsi. A me sembra, invece, che la scintilla di partenza di queste brevi composizioni sia sempre un’intuizione musicale – una cellula armonica, un ritmo obliquo, una cadenza fuori contesto, un colore orchestrale incongruo -, e ho la convinzione che sia quella scintilla a suggerire poi storie fantastiche, con i personaggi che le abitano, le trasgressioni liriche dei versi”.

Brani, si può aggiungere, la cui attrattiva è la stessa che potrebbe avere un negozio di rigattiere con all’interno dei “pezzi” delicati e rari, ormai dimenticati dalla società dei consumi: frugando si possono scovare, in queste canzoni, i frammenti dispersi della nostra identità.

“Lo chansonnier piemontese le sue storie se le inventa e altrettanto, alla fine, s’inventa il suo jazz, i viaggi e i paesaggi, le milonghe e le baiadere. Meglio ancora: reinventa vecchie invenzioni, immaginario d’antan, e le rende più vere del vero, vivendole in voce” (Gianfranco Salvatore).

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