“Anima latina”, uscito nel 1974, è sul piano musicale il disco più complesso di Lucio Battisti.
Certi brani dell’album presentano al loro interno una varietà di ritmi, tempi, schemi accordali, strumentazioni. Canzoni che si configurano come delle suite elaborate e multitematiche, connotate da lunghe introduzioni, interludi, code – anche se sono i pezzi più brevi a denotare una marcata singolarità.

Il disco mette in mostra i tanti pregi delle composizioni battistiane: la libertà dell’invenzione melodica (melodie che risultano sovente originali, problematiche, potenti); la cura dedicata agli arrangiamenti (vedi, ad esempio, l’armonia e gli impianti ritmici); lo stretto rapporto tra i testi di Mogol – nel caso specifico, spesso enigmatici e oscuri – e la musica [“Anonima la casa/ Anonima la gente, anonimo anche io/ Un cane e ciak azione – all’improvviso un morso: figlio mio!/ La frutta nel giardino, i panni nel catino e lei, ore ed ore” (Anonimo); “Femmina rossa cosa vuoi? ‘Mio per sempre’/ E fu la morte anche per lei/ E purtroppo perdo anche te, se tu confondi i mondi: amore e proprietà” (Macchina Del Tempo); “Se ne andrà/ Molto presto/ Qualche frutto darà/ Forse ancora/ Generosa talvolta com’è la natura/ Ah, se avessi il tempo per amarti un po’ di più” (Separazione Naturale)]. Senza dimenticare, poi, la voce di Battisti, qui sottoposta a una serie di effetti elettronici. Una vocalità capace di puntare tutto sull’espressività e che dimostra come il musicista di Poggio Bustone abbia sempre saputo gestire la sua “luce” vocale in maniera varia e disinvolta, tra bagliori, ombreggiamenti e chiaroscuri violenti: falsetti, mormorii, urla scomposte, controcanti e cori spesso sopra le righe. Nell’elaborazione di una creatività vocale che, in un’ottica d’autore, ha spesso guardato all’invenzione di soluzioni anche estreme ma coerenti col significato da porgere.

<<La rivoluzione di Battisti e Mogol – ha scritto Gianni Borgna – ha fatto sì che nella canzone di consumo venissero introdotti modelli e stilemi da canzone “impegnata”. Il loro merito è stato quello di trasformare la canzone commerciale in qualcosa di più trepido e conturbante, a dimostrazione che, almeno musicalmente, non vi è stato affatto un trionfo del “pensiero debole”, perché appunto, nel momento stesso in cui è entrata in crisi la canzone politica, per uno strano meccanismo di compensazione, ha finito col permeare sottilmente proprio la canzone commerciale. Non a caso, lo stesso Battisti ha detto: “Ho appreso da Bob Dylan la voglia di dire quello che mi pare. Non mi sento un ribelle ma continuerò sempre a parlare delle cose grandi e piccole della vita così come le sento”>>.

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