Pietre miliari: Leonard Cohen – Songs of Leonard Cohen

“La canzone deve essere generata nel regno dell’irrazionale, dell’assurdo, del disperato, del malinconico, dell’ossessivo, del pazzo. Nella struttura della canzone uno deve intuire una conoscenza della propria capacità di soffrire”.

Queste parole di Nick Cave spiegano, meglio di altre, quella che è l’essenza della musica di Leonard Cohen, forse il cantautore più influente dell’ultimo mezzo secolo dopo Bob Dylan.

“Songs of Leonard Cohen”, uscito nel 1968, definisce perfettamente l’orizzonte espressivo del songwriter di Westmount. Lui stesso, a proposito di Sisters Of Mercy, raccontò all’epoca di come erano nate gran parte delle canzoni contenute in questo album: “L’ho scritta in poche ore in un albergo di Edmonton, una notte d’inverno mentre Alberta, Barbara e Lorraine dormivano e la stanza era attraversata dalla luce della luna che veniva riflessa dall’acqua ghiacciata del fiume Saskatchewan”.

L’artista canadese tende, in “Songs of Leonard Cohen”, ad un’economia dei mezzi (per quanto concerne l’armonia, l’impianto ritmico, la condotta strumentale, gli arrangiamenti vocali), puntando sull’essenzialità dell’accompagnamento: quello che conta, infatti, è l’incontro tra la preziosità dell’intuizione poetica – il Nostro predilige la frase quasi surrealistica, il verso “illogico” – e un mélos che esplica tutto il suo potenziale comunicativo e semantico. La voce di Cohen, il cui valore risiede nel timbro e nella pronuncia, “convince” senza bisogno di gorgheggi e virtuosismi, decorando di malinconia l’andamento della frasi melodiche.

Brani come Suzanne, Master Song, The Stranger Song, Winter Lady, Hey, That’s No Way To Say Goodbye, Teachers, solo per citarne alcuni, esprimono – nella fusione di canto, melodia e testo – una sentita ed elevata spiritualità. La filosofia che si cela dietro queste canzoni, in maniera neanche troppo velata, è che ci siano saggezza, sollievo e bellezza anche nella sconfitta; mentre l’amore appare come una sorta di disciplina che necessita di un apprendistato lungo, doloroso e a volte ingannevole se persino i maestri e i santi falliscono o si rivelano dei ciarlatani [“E quando fui sicuro che i suoi insegnamenti erano puri/ Si annegò nella piscina/ Il suo corpo se n’è andato/ Ma qui sul prato il suo spirito continua a blaterare” (One Of Us Cannot Be Wrong); “Quando ci conoscemmo eravamo quasi giovani/ Nel cuore del parco verde di lillà/ Ti aggrappavi a me come fossi un crocefisso/ Mentre andavamo carponi attraverso il buio/ E ora addio Marianne/ È ora che ricominciamo/ A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora” (So Long, Marianne); “Si sono coricate vicino a me/ E ho fatto loro la mia confessione/ Mi hanno sfiorato entrambi gli occhi/ E io ho toccato la rugiada dell’orlo del loro vestito/ Se la tua vita è una foglia che le stagioni hanno fatto cadere e condannato/ Loro ti circonderanno di un amore così pieno di grazia e verde come uno stelo” (Sisters Of Mercy); “Sussurrano ancora le antiche pietre, piangono le montagne logorate/ Come lui è morto per santificare gli uomini, lascia che moriamo per rendere le cose terra terra/ E di’ il Mea Culpa, cosa che a poco a poco hai dimenticato di fare” (Stories Of The Street)].

“Scomparso nel 2016, Leonard Cohen fu il primo a fare di musica e poesia una cosa sola. Timidamente all’inizio, persino inconsapevolmente, ma con una determinazione e una forza che lo hanno trasformato in un’icona dei sentimenti grandi, oscuri e morbosi, di cui ancora sono prigionieri artisti come Nick Cave, impigliati come mosche nella ragnatela di musica e parole” (Giuseppe Videtti).

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