Pochi artisti nella storia del rock hanno raccolto così poco rispetto a quanto hanno seminato come Ray Davies con i suoi Kinks. Oggi, quello che è uno dei massimi autori inglesi (una penna raffinata e sottile al livello di un Paul McCartney o di un Elvis Costello), è dimenticato in un angolo della scena, senza riflettori accesi. Eppure, basterebbe ascoltare “Arthur (or the Decline and Fall of the British Empire)”, pubblicato nel 1969, per scoprire un vero e proprio giacimento di tesori pop, che mescolano pennate forti, pub rock, music hall e blues. Un’opera rock che racconta il declino dell’Impero Britannico visto dalla parte di un uomo qualunque, Arthur Morgan, una figura ispirata a Ray Davies da un suo cognato che portava veramente quel nome.

Quella di “Arthur (or the Decline and Fall of the British Empire)” è una singolare ipotesi di “rock vaudeville”. Dodici canzoni che presentano una “topografia” tutt’altro che scontata e la cui valenza espressiva si concentra nelle ricerca di un mélos fortemente “cantabile” e che rivela la grande sensibilità melodica della band londinese; nella vocalità nasale e “pigra” di Davies; nei riff e nelle “jam” strumentali; nei cambi di tempo e di ritmo; negli arrangiamenti vocali. Il tutto impreziosito dalla capacità di Davies di coniare versi sempre in bilico tra ironia e commozione, delicatezza e satira pungente [“Molto tempo fa la vita era pura/ Il sesso era dannoso e osceno/ I ricchi erano avari/ Case maestose per i nobili/ Prati da croquet, verdi villaggi/ Vittoria era la mia regina/ Vittoria, Vittoria, Vittoria, Vittoria/ Sono nato, fortunato che sono, in una terra che amo/ Pensavo di essere povero, di essere libero/ Una volta cresciuto, avrei voluto morire/ E non lasciar tramontare il suo sole/ Vittoria, Vittoria, Vittoria, Vittoria” (Victoria); “Qualche figlio di madre giace in un campo/ Qualcuno oggi ha ucciso il figlio di una madre/ La testa fatta saltare dal fucile di qualche soldato/ Mentre tutte le madri stanno ad aspettare/ Il figlio di qualche madre oggi non tornerà più a casa/ Qualche figlio di madre giace insepolto/ Due soldati combattono in una trincea/ Uno di loro alza lo sguardo al sole/ E sogna di giochi che faceva da bambino/ Poi il suo compagno lo chiama gridando/ Questo ferma il suo sogno/ E mentre si gira un secondo dopo è già bell’e morto” (Some Mother’s Son); “L’ometto che prende il treno/ Ha un’ipoteca che gli pende sulla testa/ Ma ha troppa paura per lamentarsi/ Perché è così tanto condizionato/ Il tempo passa e paga i suoi debiti/ Ha comprato un televisore e una radio/ Per sette scellini a settimana/ Shangri-la Shangri-la” (Shangri-La)].

<<“Arthur (or the Decline and Fall of the British Empire)” – ha scritto Riccardo Bertoncelli – è uno dei grandi dischi incompresi del rock. Una moderna favola di quelle che sono sempre piaciute ai Kinks, umile e sentimentale. Arthur, il protagonista, vive in una qualunque periferia londinese, in una casa con giardinetto fra le tante, con moglie, figlio e un’automobile frutto dei suoi risparmi, come tutti. La sua vita è imperniata sulla tradizione e scandita dalle abitudini fino a che un giorno il figlio non dice basta a quel mondo chiuso e decide di emigrare in Australia. Per Arthur è uno choc. Per cosa ha vissuto, perché non è riuscito a trasmettere i suoi valori? E valeva davvero la pena di vivere così? L’album racconta l’ultima domenica del padre con il figlio, il pranzo a casa, la visita al pub, il commiato: e tutti i dubbi che si affollano nella mente del vecchio, a quel punto un sopravvissuto in un mondo che non è più il suo>>.

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