Ivano Fossati nella propria carriera ha inseguito un profilo sonoro e poetico colto, comunque estraneo ai canoni ovvi della forma-canzone. Ne è un esempio perfetto La Vita Segreta, uno dei brani presenti nel disco in questione: un pezzo che scaturisce da una libera associazione musicale di idee, connotato dalle percussioni e dal pianoforte in controtempo, difficile da definire come una canzone tout court.

In “Macramè” (1996), insomma, si ritrovano una volta di più quelle che sono le prerogative del cantautore genovese: il puntiglio nel lavorare sulla voce e la sillabazione; un discorso melodico mai banalmente sviluppato; l’intenzione di usare le parole per creare luoghi, risonanze e suscitare rimembranze [“E vedi che il bianco fra i miei capelli/ Non porta al titolo di dottore/ E la sveltezza delle mie dita/ La mia vita non è/ Né di taglio né di dolore/ Né di carne ricucita/ Né di taglio né di dolore/ Anche questo non è/ Il mio mestiere non è/ Il mio mestiere fu cercare il tuo amore/ Fino nel fuoco delle montagne/ Il mio destino fu scordare ogni amore/ Sotto il peso delle montagne” (Il Canto Dei Mestieri); “Scusa se non telefono/ Ma ho già il mio bel daffare/ A non morire/ Qui le donne non sanno più muovere/ Quel bellissimo mucchio di carne/ Che nasconde la Bella Speranza la Bella Speranza/ Adesso ho giorni buoni e aria lunga/ Ma ho tanto desiderato essere nessuno/ Solo un grande scrittore/ Fa muovere insieme i vivi e i morti/ E solo un grande dio/ Può accudire i disperati in un posto così/ Ci sono luoghi dove il bisogno di violenza/ È molto più forte della volontà/ Ci sono ore in cui il bisogno di violenza/ È molto più in alto della volontà/ Ed è ben altro che bastoni e coltelli/ Non essere visto e non vedere/ Essere piombo caduto fuso/ Sulla terra” (Bella Speranza); “Comprendo appena la ragione stessa del mio canto/ E cerco un confessore ideale, sì/ Un’alleanza, un controcanto/ Inseguo qualcosa che migliori/ Profondamente/ La Storia è inabitabile/ È labile/ E il suo tempo non vale niente/ Mi dicono che Dio esiste/ Ma si accontenta/ Di camere doppie con la vista siderale/ Mentre qui da noi/ Piove sempre/ Si ricorderà di me?/ Si ricorderà/ Labile” (Labile)]; le spericolate contaminazioni armonico-ritmiche – L’Angelo E La Pazienza, per esempio, contempla un ritmo marocchino, una scansione presa di peso da quella tradizione dal percussionista Trilok Gurtu, presente nel disco. Ogni brano dell’album, alla fine, mostra una propensione per soluzioni e ambientazioni sonore cangianti, che vanno dal jazz all’ambient music, dalla musica classica al rock.

“Macramè” è solo una della tante dimostrazioni di come Fossati con la sua opera, frutto di una ricerca interiore sofferta e faticosa, sia riuscito a toccare le corde più recondite dell’umano sentire. Il suo, come ha già detto qualcuno, “è sempre stato un volo d’angelo del dubbio sulle teste dei mortali”.

“Più trascorre il tempo, più mi trovo interessato a capire – diceva Fossati all’epoca dell’uscita del disco – come si muove, cosa diventerò io, cosa si può raccontare dei fatti della vita che accadono a tutti. E mi sforzo di comprendere la disciplina che sovrintende il muoversi del tempo”.

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musica

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