I Genesis, grazie alla loro versatilità, sono stati nei primi anni Settanta gli alfieri di un rock che coniugava le forme chiuse della canzone con ambizioni musicali e compositive più avanzate. Questo album, uscito nel 1972, ne offre forse una delle più fulgide testimonianze.

L’attitudine del gruppo inglese era quella di montare insieme parti cantate e interludi strumentali all’interno di brani lunghi e complessi (come Supper’s ready). Composizioni di bella articolazione melodica, fatte di variazioni armoniche e ritmiche (ritmi che cercavano anche l’irregolarità…). I pezzi dei Genesis in dischi come “Nursery crime”, “Foxtrot”, “Selling England by the pound” erano spesso plurimelodici, presentavano tempi dispari, variavano quanto a timbri, non rinunciavano ai contrasti in una sintesi di “sinfonico” e ritmico. Denotavano, insomma, l’intenzione di creare architetture sonore piuttosto articolate.

Anche i testi della band seguivano la stessa direttrice: la loro era una lingua colta, ricca di metafore, piena di riferimenti a Charles Dickens, Lewis Carroll, William Blake, Howard Phillips Lovercraft, Dylan Thomas [“Da una vita solitaria ad una vita in comune/ Non crediate che il vostro viaggio sia già finito/ Perché nonostante la vostra nave sia solida/ Il mare non ha nessuna pietà/ Sopravvivrete nell’oceano dell’esistenza?” (Watcher of the skies); “Perché, perché non possiamo esseri sicuri di una risposta/ Finché non siamo morti o abbiamo ucciso per una risposta/ Perché, perché dobbiamo far soffrire ogni razza per renderci conto/ Che nessuna razza è più nobile delle altre?/ Forse è perché nel tempo e nello spazio/ I nomi possono cambiare ma ogni faccia conserva la maschera che ha indossato” (Time table); “Vagando nel caos lasciato dalla battaglia/ Ci arrampichiamo sulla montagna di carne umana/ Fino ad un altopiano di erba verde e verdi alberi pieni di vita/ Una giovane figura siede immobile vicino a uno stagno/ Gli è stato stampato addosso ‘Pancetta Umana’/ Con qualche arnese da macellaio” (Supper’s ready)]. Liriche che rappresentavano un affresco crudele e lungimirante dello spirito degli anni Settanta, con tutto il suo carico di Dionisiaco e i suoi lati oscuri, impreziosite dal canto, dalla resa timbrica della voce di Peter Gabriel, sempre in grado di differenziare la propria condotta vocale (riguardo ai toni, ad esempio…). Una voce – capace di spingersi verso note altissime – che puntava molto sull’espressività e, a volte, sul massimo della drammatizzazione.

I brani composti dai Genesis, non solo in “Foxtrot” ma in tutti gli altri dischi di questo periodo, “sono come delle sceneggiature moderne, ancor più moderne perché capaci di non dimenticare la lezione della grande letteratura”. Veri e propri affreschi quasi cinematografici, che esploravano temi come il disagio esistenziale, il rapporto tra presente e passato, la ricerca d’identità. Argomenti universali che risultano sempre attuali.

“Che cosa posso dire ancora dei Genesis? Posso dire che, in definitiva, abbiamo avuto la capacità e il coraggio di allontanarci dal ‘luogo’ da cui eravamo partiti” (Phil Collins).

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rock

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