“We’re only in it for the money” (anno 1968) si configura come una parodia del fenomeno hippie e dei Beatles psichedelici. Ma, in realtà, dietro la satira si nasconde un ordito assai complesso dal punto di vista concettuale.

In questo album Frank Zappa si impadronisce, in maniera sfrontata e per niente ortodossa, del lessico caro a certe avanguardie europee e americane operanti in quegli stessi anni: rumorismi, effetti sonori, montaggi di nastri, cori alterati in modo caricaturale e quasi molesto, strutture multitematiche, continui cambiamenti di tempo e di ritmo (tra l’altro, moltissimi brani del disco sono, in tutto o in parte, su tempi dispari: 5/8, 7/8 e così via…).

“Istantanee contrazioni ritmiche, brusche digressioni armoniche, shock a ripetizione – ha scritto Giordano Montecchi a proposito dell’album – vengono virtuosisticamente concatenati da Zappa, grazie a un raffinato senso dell’equilibrio formale e a un’inarrestabile fantasia combinatoria del tratto melodico-armonico, formando un serbatoio inesauribile di idee musicali”.

Se poi, oltre alla musica, si analizzano attentamente anche i testi di “We’re only in it for the money”, non è difficile cogliere quelli che sono gli aspetti fondamentali della “poetica” zappiana: una causticità rivolta ai guasti del consumismo e agli abbagli della “mistica” hippie e la presenza, in certi momenti, di una mal dissimulata angoscia profonda, di un nichilismo radicale [“Non hai mai trovato un minuto/ Per mostrare un’emozione sincera/ Sotto la crema detergente/ E la lozione per il viso/ Non hai mai detto ai tuoi figli/ Che sei contenta che abbiano la testa a posto/ Non gli hai mai detto che gli vuoi bene/ Non gli hai mai mostrato che bevi/ Non ti sei mai chiesta perché/ Tua figlia è sempre così triste/ È così noioso dover amare/ Una Mamma e un Papà di plastica” (Mom & Dad); “Ti dirò le cose come stanno/ E non sarò gentile o disponibile/ Sei assolutamente fetente, dico/ E la vita che conduci è completamente vuota/ Ti dipingi la faccia/ La tua mente è morta/ Non sai neppure quello che ho appena detto” (Harry You’re A Beast); “Kenny lo nutrirà e Ronnie lo accudirà/ Il bimbo crescerà sano e robusto/ Ed entrerà nel mondo/ Di gente bugiarda e imbrogliona proprio come te/ Che sorridi e pensi di sapere/ Di che si tratta/ Tu pensi di sapere sempre tutto/ Forse è vero/ E la canzone che cantiamo: la conosci?/ (The Idiot Bastard Son); “Tu sei una piccola ragazza sola/ Ma a tua mamma e tuo papà non interessa/ Tu sei una piccola ragazza sola/ Le cose che ti dicono/ Fanno male al tuo cuore/ È troppo tardi ora, per loro/ Per iniziare a capire come ti senti/ Il mondo per loro/ È troppo irreale/ Così tu sei sola, sola, sola/ Piccola ragazza sola (Lonely Little Girl); “Qual è la più brutta parte del tuo corpo?/ Qualcuno dice il naso/ Qualcuno dice le dita dei piedi/ Ma io penso che sia la tua mente/ Penso che sia la tua mente/ La tua mente/ Penso che sia la tua mente” (What’s The Ugliest Part Of Your Body?].

Vero e proprio épateur des bourgeois, il musicista di Baltimora ha incarnato, lungo tutta la sua carriera, la figura di un Rabelais postmoderno sempre attento ai livelli esistenziali più “bassi” e in aperta antitesi con la cultura ufficiale. Il rock come oggi lo conosciamo, e “We’re only in it for the money” lo dimostra una volta di più, è figlio delle sue fulminanti intuizioni, della sua maniera di concepire l’arte al di fuori di ogni gerarchia. Un compositore, capace di metabolizzare tutto lo scibile musicale, in grado di esprimersi sia attraverso la parodia sia in modo affermativo (nel senso dell’affermazione di una musica nuova).

“Io – diceva Frank Zappa – esprimo soltanto quello che sono e quello che penso: la mia ‘arte’ è tutta qui”.

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