Francesco De Gregori è sempre stato qualcosa di molto simile ad un cantastorie dei nostri giorni. Tanti suoi brani, come era tipico dei cantastorie, fanno attenzione ai dettagli di ciò che raccontano, intrecciando cultura popolare e ricerca letteraria.

“Rimmel”, datato 1975, potrebbe essere inteso come un manifesto di una canzone che aveva scelto, allora, di essere “dentro” la realtà ma senza rinunciare alle proprie prerogative, alla possibilità di costruire qualcosa che ancora non esisteva.

I pezzi dell’album riprendono codici e moduli espressivi del jazz, del valzer, del folk americano, del country, della canzone popolare italiana, in un processo capace di generare forme musicali che hanno il sapore della tradizione e allo stesso tempo dell’innovazione – la musica del Nostro, più in generale, esce spesso da una tonalità per entrare in un’altra tonalità e ha delle improvvise trovate ritmiche. De Gregori punta qui sui valori melodici, su un apparato armonico che a volte si allontana dagli schemi più consueti, sulla fascinazione del canto (“Francesco – ha sottolineato Giovanna Marini – usa la voce con una saggezza da cantore popolare che la voce se l’è costruita da sé. È un tenore leggero ma quando arriva in alto riesce a mantenere una voce piena, completa. Sembra una voce poco sonora ma quel leggero tono afono, quella voluta trascuratezza nel canto, sono tipici del suo carattere schivo. Lui non crede nella sua voce, crede più in quella sua voce quasi parlata, che in effetti ha un grande fascino. Ma quando è rilassato gli esce una voce forte, che è una bellezza. Ed essendo molto musicale la usa magnificamente”), sull’originalità delle parole [“Chi mi ha fatto le carte/ Mi ha chiamato vincente/ Ma uno zingaro e un trucco e un futuro invadente/ Fossi stato un po’ più giovane/ L’avrei distrutto con la fantasia/ L’avrei stracciato con la fantasia” (Rimmel); “Mio padre aveva un sogno comune/ Condiviso dalla sua generazione/ La mascella al cortile parlava/ Troppe morti lo hanno smentito/ Tutta gente che aveva capito” (Le Storie Di Ieri); “È un pianista di pianobar/ Vende a tutti tutto quel che fa/ Non sperare di farlo piangere/ Perché piangere non sa/ Nella punta delle dita poco jazz/ Poche ombre nella vita” (Piano Bar)].

Nove brani che dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto la storia di De Gregori sia, in definitiva, la storia di tutti noi: un vincolo di sentimenti e sensazioni lega il cantautore romano alla storia del nostro Paese e a quella personale dei giovani di almeno due generazioni. Le sue canzoni sono come dei libri da sfogliare per riconoscersi, per ricordare e, poi, ripartire.

“Trovo naturale che le canzoni diventino vecchie: certe canzoni rinfrescano le stanze, si fanno fischiettare, ogni tanto viene fuori un verso, una parola e ci si può bere una birra. Mi piace suonare nei club, nei locali e cercare la faccia di quelli che hanno vent’anni. E vedere che faccia hanno. E sapere che esistono. E fargli sapere che esisto io, che non li adoro ma mi piacciono” (Francesco De Gregori).

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