Pietre Miliari: David Bowie – Ziggy Stardust

“Ziggy Stardust” (1972) è l’album che segna l’ascesa del rocker attore, figura inventata di fatto da David Bowie “che qui mette insieme Andy Warhol, Oscar Wilde, Marc Bolan, Stanley Kubrick, la rivoluzione sessuale, la fine dell’hippismo, il teatro”.

Nei pezzi del disco l’autore studia un personaggio cresciuto nella celebrità (Ziggy Stardust, appunto) e per questo, poi, lo fa morire. Infarcendo i testi di nozioni e suggestioni [“Avanzando a spintoni nella piazza del mercato/ C’erano così tante madri che singhiozzavano/ Le ultime notizie erano appena giunte/ Ci rimanevano solo cinque anni per piangere/ Il tizio del telegiornale pianse e ci disse/ Che il mondo stava veramente morendo/ Pianse così tanto che la sua faccia era bagnata/ Così capii che non stava mentendo (Five Years); “C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo/ Vorrebbe venire a incontrarci/ Ma pensa che potrebbe impressionarci/ C’è un uomo delle stelle che attende in cielo/ Ci ha detto di non cacciarlo/ Perché lui sa che ne vale la pena (Starman)], Bowie convoglia nel rock culture diverse.

“Ho superato – ha dichiarato in proposito – una fase eminentemente rock’n’roll rifacendomi al teatro brechtiano e a quello kabuki, e combinando tali elementi con la musica sono arrivato ad un terzo tipo di espressione che va al di là del semplice fatto musicale”.

L’artista inglese non fa che dimostrare un’assoluta fiducia nella canzone e nella sua capacità di comunicazione, che va oltre ogni tentativo di complicarne l’impianto: il modo in cui sagoma i temi rivela un sentimento melodico che raramente oltrepassa i confini del cantabile; le armonie rifuggono la complessità e riescono ad instaurare un clima pertinente al “tono” dei brani; la ritmica mantiene una certa attrattiva. Canzoni nelle quali spiccano gli archi, il pianoforte e gli interventi chitarristici di Mick Ronson.

Ad arricchire il tutto, la voce del musicista di Brixton, carica di un proprio originale portato stilistico (una maniera di cantare, la sua, che specialmente sui toni alti si avvale delle variazioni, dei glissando, degli smorzamenti repentini delle note, il continuo spostamento da note cantate con l’appoggio sul diaframma a note emesse con voce strozzata in gola).

“Ziggy Stardust”, ma questo vale per tutti i dischi di Bowie, si delinea come un itinerario immaginario il cui obiettivo principale, alla fine, appare uno e uno solo: “rappresentare l’emozione in forma simbolica” (Bertold Brecht).

“Sin dagli esordi – ha scritto Laura Gervasi – il grande artista inglese è stato in grado di comunicare il disagio per la mancanza di risposte alle domande prime dell’esistenza, quel disorientamento che tutti abbiamo dentro e che, più o meno consapevolmente, ci troviamo ad affrontare, prima o poi”.

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