Pietre miliari: Beach Boys – Pet sounds

Per avere conferma del livello artistico e dell’importanza storica di un disco come “Pet sounds”, basterebbe ascoltare uno dei brani contenuti nell’album, Let’s Go Away For Awhile. Un pezzo di cui non si distingue la tonalità: non ci sono linee melodiche, il motivo è nascosto dentro all’arrangiamento e sin dalle prime battute non si capisce dove andrà a parare. L’emblema di un album nel quale è possibile rinvenire qua e là le tracce di una grande tradizione compositiva che si può far risalire a Bach e Ravel. Non a caso “Pet sounds”, uscito nel 1966, è stato votato dai critici internazionali come il miglior disco di tutti i tempi.

Brani quali God Only Knows, Wouldn’t It Be Nice, I Know There’s An Answer, Caroline No, I Just Wasn’t Made For These Times esprimono compiutamente quello che allora era lo scopo della band guidata da Brian Wilson (geniale ma instabile mente dei Beach Boys): rendere la musica popolare una forma d’arte. Un obiettivo raggiunto grazie alla perizia dimostrata nel gioco delle armonie vocali e nell’orchestrazione, alle soluzioni melodiche, alle sperimentazioni di studio, all’uso di strumenti insoliti per il pop-rock, ai testi essenziali, suggestivi e per nulla banali di Wilson e di Tony Asher [“Forse non ti amerò per sempre/ Ma finché avrai stelle sopra di te, non hai bisogno di dubitarne/ Ti rassicurerò di questo/ Solo Dio sa cosa sarei senza di te/ Se mai dovessi lasciarmi/ Anche se la vita dovesse continuare/ Credimi/ Il mondo non avrebbe più nulla da darmi/ E che piacere potrei ricavare vivendo?/ Solo Dio sa cosa sarei senza di te” (God Only Knows); “Dove sono andati i tuoi capelli lunghi?/ Dov’è la ragazza che conoscevo?/ Come hai potuto perdere la tua allegria?/ Oh, Caroline no/ Chi ti ha portato via quello sguardo?/ Mi ricordo che eri solita dire/ Che non saresti mai cambiata/ Ma non è vero/ Oh tu, Caroline” (Caroline No); “Conosco un sacco di persone che pensano di potercela fare da sole/ Si isolano e rimangono chiuse in loro stesse/ Ora, che potresti dire loro/ E cosa potresti dire che non le porti sulla difensiva?/ So che c’è una risposta/ Adesso lo so/ Ma la devo trovare da solo” (I Know There’s An Answer); “Ogni volta che mi sento ispirato/ Per cambiare le cose/ Nessuno mi aiuta a trovare luoghi/ In cui potrebbero essere scoperte cose nuove/ Dove posso andare quando i miei amici si tirano indietro/ Qual è il problema?/ Ogni volta che succede qualcosa/ Penso che mi stia andando bene/ Ma poi va tutto male/ A volte mi sento molto triste/ A volte mi sento molto triste/ (Non riesco a trovare nulla in cui mettere cuore e anima)/ A volte mi sento molto triste (non riesco a trovare nulla in cui mettere cuore e anima)” (I Just Wasn’t Made For These Times)].

“Wilson – ha detto Paddy McAloon dei Prefab Sprout -aveva a disposizione gli stessi mezzi degli altri, eppure le sue canzoni apparivano uniche. E ciò dipendeva anche dai cambi di tono, dalle modulazioni, dalle progressioni armoniche, che sembravano azzardatissime e invece non lo erano”.

I brani dei Beach Boys, e questo disco lo dimostra più di ogni altro, sembrano non invecchiare mai: per tutta l’energia che contengono e per quella sorta di inquietudine nascosta che li attraversa (Wilson e compagni erano ragazzi di spiaggia che spesso sorridevano senza essere contenti…). “Definirei le nostre composizioni ombre sotto il sole: rock’n’roll e tanta tristezza. Sono cresciuto ascoltando musica e per alcuni anni ogni cosa è filata liscia. Mi piaceva Chuck Berry. E mi piaceva anche Little Richard. Poi è arrivato Phil Spector. Credo che siano cominciati lì i miei guai. Solo che non me ne resi conto. La sua musica mi ha trascinato fuori dalla realtà. Mi sono talmente staccato dalle cose terrene che, alla fine, per tornare indietro ho dovuto chiedere aiuto. E non sono mai tornato indietro completamente” (Brian Wilson).

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