Stare sui social offre opportunità di lavoro. Ne sa qualcosa Stefania Sbrighi, 26 anni, studentessa riminese dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, corso magistrale Illustrazione per l’editoria. Le sue illustrazioni messe su Instagram sono piaciute dall’altra parte dell’Atlantico e così è iniziata una collaborazione con il New York Times, un’istituzione del giornalismo, una delle testate più autorevoli e influenti a livello mondiale. Tutto ha avuto origine a San Giuliano Mare dove Stefania è cresciuta (anche se è nata a Zurigo: la mamma è svizzera) e dove vivono i genitori che fanno i liutai nel laboratorio di Viserba.
Come è iniziato questo rapporto con il New York Times?
«Ho iniziato a seguire il profilo Instagram di alcuni art director del New York Times. Pensavo di propormi per collaborare ma non c’è stato bisogno. Si sono fatti avanti prima loro».
In che modo?
«Mi hanno mandato una mail in cui chiedevano di illustrare la lettera scritta da una donna sui misteri irrisolti. Sì, quando ho visto la mail mi sono usciti gli occhi fuori dalle orbite. Possibile? Lavorare per loro era il mio obiettivo... Poi leggendo bene il testo ho capito che non era uno scherzo e mi sono messa subito al lavoro».
Soddisfatta del lavoro fatto?
«Ero carica di un’ansia positiva che mi ha fatto essere molto produttiva. Però non sapevo fin dove potevo osare. Nella seconda illustrazione che mi hanno chiesto mi sono sentita più libera e sono rimasta più soddisfatta».
Di cosa si parlava?
«Il tema era quello dei farmacisti e il controllo della somministrazione di oppiacei. Ho preso più coraggio e il lavoro mi è venuto meglio».
Quando ha iniziato a collaborare?
«Nell’ottobre del 2024».
Quante illustrazioni ha pubblicato sul New York Times?
«Siamo a 5. Una per il New York Times Magazine e 4 per New York Times Opinion»
Su quali argomenti?
«Una su Papa Francesco e Trump, una su una donna ossessionata dalla serie tv “The last of us”, un’altra sull’intelligenza artificiale».
Pagano bene?
«Sì, non è come in Italia».
Ha in piedi altre collaborazioni?
«Sì. Negli Usa con Bloomberg e con la casa editrice McSweeney’s, in Australia con la rivista Made in China, nei Paesi Bassi con la no-profit Healty Seas... In Italia ho collaborato con Lucy sulla Cultura, svolgendo anche un tirocinio come art director, e ho realizzato un’illustrazione per il quotidiano Domani per un articolo sull’insabbiamento dei casi di pedofilia da parte della Chiesa».
Resterà sempre fedele al suo stile? Come lo definirebbe?
«I miei soggetti sono di natura fantastica con un’inquietudine di fondo. Potrei cambiare tecnica ma questo aspetto in me ci sarà sempre. Sono un po’ nostalgica e ho spesso lo sguardo che va nel passato, che va nell’infanzia. Il bambino ha uno sguardo fantastico attraverso il quale riesce a vedere la crepa che c’è fra due mondi».
Vorrebbe lavorare negli Usa?
«A me piacerebbe restare in Italia ma se dovesse servire mi sposterei. Molto dipende da quale tipo di lavoro riuscirò a fare. Io voglio fare al tempo stesso l’illustratrice e l’art director. Ho capito che ho un rapporto conflittuale con i miei lavori: sono perfezionista fino all’ossessione. Per questo forse mi piace più lavorare con le opere degli altri che con le mie».
Il sogno da realizzare?
«Vorrei fare una copertina per il New Yorker».
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