Personaggi riminesi: quando il coraggio si esprime al femminile

Non c’è due senza tre. Dopo Romeo Neri e Pompeo Zaghi, che ci hanno proiettato agli albori del nuoto riminese consentendoci di curiosare nel passato della nostra città (si veda il Corriere Romagna dei giorni 4 e 11 giugno 2019), eccoci a Carlotta Masi. Il “gesto atletico” di cui la giovane signora – di stimata famiglia dell’alta borghesia riminese – si rende protagonista, pur non avendo nulla a che fare con il nuoto – nel suo aspetto agonistico o propedeutico – trova ugualmente in questa disciplina il nesso che ci ha indotto a ricordarla. Detto questo, partiamo dal fatto di cronaca che ha attirato la nostra attenzione ripreso dal giornale Italia del 27 luglio 1889.

Una ragazza grida tra le onde

Le grida di aiuto lanciate da Evelina Malvolti, una ragazza di Reggio Emilia che annaspa in mezzo alle onde tra la prima e la seconda secca, giungono a riva. Qui un gruppetto di donne in agitazione segue i disperati movimenti della giovane bagnante. Nessuna, però, ha l’ardire di avventurarsi in mare per portare soccorso alla sventurata e nei pressi non c’è neanche l’ombra di un uomo. È il 23 luglio 1889 e la tragedia si sta consumando nell’area riservata al gentil sesso. I rigidi criteri di perbenismo del tempo dividono la spiaggia in zone: quella maschile, dal porto alla piattaforma (collocata sul prolungamento del viale Principe Amedeo) e quella femminile dalla piattaforma al torrente Ausa (oggi incorporato nella nuova struttura panoramica di piazzale Kennedy).

Nessun uomo nei paraggi

Nelle ultime settimane, in seguito a ripetute denunce sugli sconfinamenti di certi maleducati incuranti del regolamento, le autorità di pubblica sicurezza si sono messe d’impegno a far rispettare la separazione dei sessi. Non solo hanno sistemato ben in vista sulle due aree grandi cartelli di divieto con relative sanzioni, ma hanno anche iniziato severi controlli a tappeto lungo il litorale che hanno prodotto «otto o dieci contravvenzioni ad uomini che erano scesi a bagnarsi al mare nella parte a levante dello stabilimento riservata alle donne» (Italia, 20 luglio 1889).

Proprio a causa di questi bliz dei vigilantes della morale, i “malintenzionati” hanno desistito dalle loro “scorribande” (leggi: innocue passeggiate lungo la battigia) e «l’ordine e la decenza» sono ritornati sulla spiaggia. Ora, però, alle 11 del mattino di una calda giornata «africana», senza i soliti “trasgressori”, sembra che non ci sia chi possa portare aiuto alla povera Evelina.

Sul posto la piccola folla è in preda al panico. Chi si dispera da una parte, chi cerca aiuto dall’altra; chi impreca e chi inveisce contro il Municipio responsabile di non predisporre «presso le baracche pei bagni delle donne» il più elementare servizio di salvataggio. E intanto passano attimi decisivi e la ragazza in mare, sempre più in difficoltà, affiora e scompare tra le onde.

Una signora si lancia al soccorso

Ad un tratto una signora vince gli indugi e si lancia al soccorso. Pur essendo «inesperta del nuoto», come riferisce Italia il 27 luglio, la donna «si spinse fino dove l’acqua altissima aveva già inghiottita la sua preda: poscia a tentoni trovata e afferrata la giovane, la trasse semianime sulla secca arena…». Protagonista della coraggiosa azione è Carlotta Masi. Un’autentica eroina; e non tanto per aver salvato – lei che non sa nuotare – una ragazza in procinto di affogare, quanto per aver compiuto la rischiosa impresa completamente vestita. A quel tempo, infatti, le signore frequentano la spiaggia con ingombranti abiti lunghi fino ai piedi e larghe camicette con maniche a sboffo; sotto indossano una sfilza di sottovesti, cuscinetti, imbottiture e, dulcis in fundo, un corsetto strizza-costole che se da una parte mette in risalto l’anatomia femminile ingentilendo il busto, dall’altra impegna la donna in un respiro ai limiti della sopravvivenza.

Primi anni del Novecento. I primi “audaci” costumi da bagno femminili Archivio F. De Terlizzi

E poiché siamo a parlare di vestiario balneare chiudo questo fatto di cronaca con un brano sulla moda del tempo tratto da La Patria del 21 luglio 1897. L’argomento è il costume da bagno del gentil sesso e lo stilista che lo propone si rivolge direttamente alle lettrici. «Deve essere di lana ruvida – sentenzia l’intenditore – che non aderisca al corpo, se non volete parer brutte o indecenti e correre anche il rischio di pigliarvi un reumatismo. Scegliete tra i colori quelli che meglio resistono; il blu marino, il verde cupo, il marrone sono i più pratici… Quanto alla forma, tutto il costume sia molto largo per lasciare liberi i movimenti; la blouse un po’ scollata (non abbiate paura d’annerire; nulla è più simpatico di quell’aria di salute che acquista una donna baciata … dal solleone) avrà le maniche corte, ma invece lunghe le falde in modo da nascondere quasi interamente i calzoni che giungeranno appena sotto il ginocchio. I calzoni sino al piede sarebbero il colmo del ridicolo! Ma la vera eleganza del costume da bagno sta nell’accappatoio; in esso potete fare sfoggio di tinte delicate, di guarnizioni, di ninnoli finché vi piaccia, s’intende, però, con buon gusto».

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