Periodo di tartufi: sono un modello di sostenibilità. Dove trovarli

Un tubero pregiato, che secondo la tradizione romana (stando a quanto racconta il poeta latino Giovenale), nasce da un fulmine scagliato da Giove e arrivato proprio accanto a una quercia. Il tartufo è il re dell’autunno, ma è anche una delle testimonianze più chiare di quanto sia importante un equilibrio ben definito degli habitat. È un fungo ipogeo, cioè sotterraneo, ed è molto ricco di acqua, fibre e sali minerali. Gli elementi nutritivi vengono dati al tartufo proprio dall’albero che gli sta accanto e con il quale crea una vera e propria simbiosi. Tra le specie che permettono la nascita di questi tuberi, le roveri, i pioppi, i salici, i tigli, i lecci, i noccioli, le querce.

La sua presenza è la testimonianza dello scarso inquinamento di un bosco. Infatti, non sopporta affatto gli inquinanti. In Romagna sono diverse le zone “da tartufo”. In Provincia di Forlì-Cesena ci sono i Comuni di Castrocaro Terme, Santa Sofia, Galeata, Meldola, Bagno di Romagna, San Piero in Bagno e Sarsina. Per gli appassionati del bianchetto, le pinete del litorale Adriatico verso Cervia. Nel riminese, invece, c’è Sant’Agata Feltria, con il suo ormai famoso tartufo bianco.

Il ruolo del tartufo

C’è una ragione sul perché il tartufo abbia un odore particolarmente forte: serve per attrarre gli animali selvatici, come i cinghiali e le volpi, per scavare e portarseli via. In questo modo riesce a spargere le sue spore nel terreno e continuare a perpetrare la specie. Lo fa per endozoocoria, cioè quel sistema che permette, attraverso il tubo digerente di animali mangiatori di funghi, di potersi diffondere in un determinato territorio. Un recente lavoro pubblicato sulla rivista scientifica Fungal Biology ha dimostrato persino un ruolo di alcune lumache (le Deroceras invadens) nella dispersione delle spore. Riescono a mangiucchiare i tartufi e, in questo modo, possono moltiplicarne il numero in un determinato territorio.

A realizzare questo studio sono stati i ricercatori delle Università dell’Aquila, Urbino, Bologna, della Sorbona e di Danzica. Questo genere di scoperta può essere utile per implementare le politiche di produzione del tartufo in modo più sostenibile, dando modo alla natura di fare quello che ha sempre fatto: perpetrare le specie animali grazie ad altri abitanti degli habitat.

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