Vendite piramidali e minacce: sarebbe dovuto iniziare ieri, davanti al tribunale collegiale di Forlì presieduto da Monica Galassi, il processo per una storia che destò scalpore all’epoca delle ordinanze di arresto e delle denunce che scattarono. Ma il Covid-19 ci ha messo lo zampino. Alla luce delle nuove regole anti-contagio previste nell’ultimo Dpcm varato, si è ritenuto che non ci fossero le condizioni di sicurezza per procedere, perché l’aula di giustizia sarebbe stata troppo affollata. La lista degli imputati e delle altre persone coinvolte a vario titolo nel procedimento giudiziario, come i vari avvocati, era infatti troppo lunga. E così, il giorno prima dell’udienza, è stato comunicato che tutto veniva rinviato al 16 marzo prossimo. Sperando che per quella data la pandemia si sia un po’ addolcita e le restrizioni pure.

La vicenda giudiziaria ebbe inizio nel marzo del 2019, quando il Comando provinciale della Guardia di finanza di Forlì diede esecuzione ad un’ordinanza con tre arresti ai domiciliari di altrettante persone in passato tra i referenti di punta in Italia di un modello di aspirapolveri, ora in cima alla parte romagnola (con sede a Pievesestina) del “Vitha Group”, azienda che tratta numerose tipologie diverse di prodotti, materassi in particolar modo ma non solo.

I reati contestati ai destinatari dei provvedimenti erano l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di estorsioni, truffe e mendacio bancario.

Le indagini svolte dai militari del Gruppo di Cesena avevano documentato che il sodalizio criminale, dietro il paravento di una società impegnata nell’attività di vendita di prodotti “porta a porta”, perpetrava numerose truffe in danno di clienti sparsi su tutto il territorio nazionale. Inoltre, sottoponeva i propri dipendenti a vere e proprie condotte estorsive, pur di raggiungere l’obiettivo di massimizzare il profitto in danno di numerosi poveri malcapitati.

L’impresa, che aveva alle proprie dipendenze diverse centinaia di lavoratori, attuava il meccanismo illecito delle “vendite piramidali”, vietate dalla legge, in quanto la principale fonte di guadagno non è costituita dalla vendita di prodotti ma dal reclutamento di venditori. Questi, per poter entrare nell’organizzazione, sono infatti costretti ad effettuare acquisti di beni distribuiti dalla società e presentare, a loro volta, altri soggetti nei cui confronti operare nello stesso modo. In tal modo si dà vita a vere e proprie “catene di Sant’Antonio”.

Nel corso delle indagini, dalle intercettazioni telefoniche svolte dalle Fiamme Gialle era emerso che i venditori, una volta entrati nella struttura, venivano sottoposti ad estorsioni. In alcuni colloqui registrati, che saranno esaminati in aula, sarebbe emerso chiaramente che alcuni collaboratori erano anche stati minacciati di licenziamento in caso di mancato raggiungimento di obiettivi di vendita di beni, il cui valore oscillava tra i 2.500 ed i 5.000 euro a testa.

Pertanto, per non perdere questa fonte di reddito, le vittime acconsentivano ad acquistare direttamente tali prodotti, arrivando addirittura a chiedere ai propri parenti di smobilizzare somme di denaro, pur di reperire le risorse.

Da subito sono state 9 le persone offese che si sono costituite, residenti tra Cesenatico, Castrocaro, Longiano, Forlì, Milano e Cattolica.

In alcuni casi, i venditori minacciati si sono prestati a stipulare contratti di acquisto di beni e accendere finanziamenti per i quali gli arrestati producevano buste paga false, al fine di dimostrare all’istituto di credito che erogava i soldi che l’acquirente era in grado di onorare il debito.

Molti dipendenti finiti in questo ingranaggio hanno riferito ai militari di Cesena di avere subìto gravissime minacce e umiliazioni, di fronte agli altri numerosi collaboratori.

Alla sbarra sono finiti in 18, chiamati a rispondere di tutte o di parte delle varie accuse mosse.

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