Per la oss morta a Faenza fascicolo per omicidio colposo

FAENZA – Il primo tampone negativo nonostante il malessere. Poi la febbre dai picchi tipici del virus, e gli scambi di messaggi con i colleghi dell’ospedale, lamentando la mancanza di protezioni e il totale abbandono. Infine la positività al Covid 19, che un mese più tardi non le ha lasciato scampo. Ora per chiarire le circostanze che hanno portato alla morte di Donatella Brandi, l’operatrice socio sanitaria del reparto di chirurgia dell’ospedale di Faenza deceduta lo scorso 28 aprile a Lugo, la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, per il momento a carico di ignoti.

L’indagine

Gli accertamenti – in questa fase embrionale delle indagini coordinate dal sostituto procuratore Angela Scorza – sono mirati a chiarire essenzialmente due circostanze: la prima, capire come la donna, 64 anni e residente a Fognano, sia stata contagiata. La seconda, esaminare e verificare se tutti i protocolli sanitari sono stati rispettati all’interno del reparto, e allo stesso tempo appurare l’adeguatezza dei dispositivi di protezione individuale forniti al personale.

I messaggi prima del ricovero

Circostanze sulle quali la stessa oss e alcuni colleghi avevano manifestato diverse perplessità, palesate in una pesante lettera indirizzata alla direzione sanitaria dell’ospedale manfredo. Confrontandosi con un collega proprio sulle reazioni dell’azienda a quella missiva, la 64enne aveva lamentato il trattamento ricevuto dopo i primi sentori della malattia, accusati fin dal 21 marzo scorso. «Mi sento trattata come una m…, se ne lavano le mani dicendo che se sto molto male di chiamare il 118», aveva scritto, anticipando anche l’intenzione di adire a vie legali. Una strada che tuttavia non ha mai avuto il tempo di percorrere: il 27 marzo (il giorno successivo a quel messaggio ) Donatella è stata ricoverata, per poi essere portata al Covid Hospital di Lugo. Il diabete di cui soffriva potrebbe avere peggiorato le sue condizioni rendendo necessario il trasferimento in terapia intensiva. La battaglia contro il virus si è conclusa dopo un mese, lasciando spazio all’amarezza dei colleghi e dei familiari. Fra questi il figlio, che dopo la scomparsa della madre ha scoperto fra i suoi effetti personali quei messaggi scritti quando ancora la malattia era solo un terribile sospetto.

I contagi nel reparto

La preoccupazione – così emerge nel documento – era estesa al personale attivo in una pluralità di reparti dell’ospedale. Dopo il primo caso di positività, riscontrata in un chirurgo il 20 marzo, i contagi non si erano più fermati: così, tre giorni più tardi, erano risultati positivi al coronavirus altri 11 pazienti e cinque operatori socio sanitari, mentre ulteriori tre attendevano l’esito del tampone. In quel periodo lavorare all’interno dell’ospedale, così protestavano gli operatori, significava trattare pazienti positivi schermati solo da mascherine chirurgiche da dosare col contagocce, camici non impermeabili e cuffiette. Quelli erano giorni caldi, con il contagio in ripida ascesa in provincia di Ravenna, caratterizzati proprio dalle difficoltà nel reperire i dpi necessari alle strutture sanitarie. A ormai un mese dalla fine del lockdown sarà compito della magistratura accertare se nel gestire la situazione ci sono state falle, costate la vita di chi fronteggiava l’epidemia in prima linea.

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