Pedullà: «Arbasino scelse il comico, Pagliarani la tragedia»

RIMINI. Son passati appena due mesi dalla scomparsa del grande Alberto Arbasino (Voghera, 22 gennaio 1930 – Voghera, 22 marzo 2020), che fu tra i protagonisti del Gruppo 63 insieme al riminese Elio Pagliarani.
In che maniera l’irrompere sulla scena letteraria della neoavanguardia del Gruppo 63 (che non ebbe mai un suo manifesto) rappresentò, per il numeroso gruppo di intellettuali e artisti che si richiamarono al suo nome, una vera rottura con i moduli tipici del romanzo neorealista e della poesia tradizionale? Come il Gruppo poté riunire, come su di una sorta di piattaforma generazionale, autori diversissimi, talora di opere di assoluta libertà contenutistica, senza una precisa trama – come Arbasino – talaltra di scritti improntati all’impegno sociale militante, come nel caso di Pagliarani?
Sono le domande che abbiamo rivolto a Walter Pedullà, illustre storico e critico, docente emerito di Letteratura italiana dell’Università La Sapienza, che fece parte del Gruppo ed è stato amico e collaboratore di Pagliarani.
Pedullà si definisce ‹‹un novecentista, che è stato dalla parte delle avanguardie vecchie e nuove››.
In che misura il passaggio dal dopoguerra de “La ragazza Carla” di Pagliarani agli anni Sessanta de “La bella di Lodi” di Arbasino misura uno spartiacque per il farsi e il rinnovarsi della letteratura italiana?
«Sono due autori storicamente assegnati agli anni Sessanta, decennio di cui sono figure “esemplari”, ma esordirono entrambi negli anni Cinquanta, il decennio che ha un lustro neorealista e un altro espressionista. Il faro comunque nel nuovo corso era Gadda, il trionfatore di quell’espressionismo che accomunava la formazione di Arbasino, un devoto “nipotino” dell’Ingegnere, e di Pagliarani, il quale aveva altri maestri, da Brecht a Sandurg, dai vociani come Jahier ai crepuscolari come Moretti, e specialmente a un predadaista e protosurrealista come Palazzeschi, che il poeta di Viserba amava quanto Arbasino adorava Carlo Emilio Gadda. Il “Gran lombardo” ha lasciato profonde tracce nella prosa narrativa e critica dello scrittore di Voghera».
In che modo essi si posero l’obiettivo di elevare la qualità media della letteratura?
«Gli sperimentalisti, quasi scrittori per scrittori, sapevano di avere pochi lettori, ma c’erano due romanzieri della neoavanguardia capaci di raggiungere il grande pubblico ed erano Arbasino e Malerba, forse grazie alla scelta del versante più gradito ai lettori, la comicità, che è il versante con cui hanno scritto la loro più sulfurea e giocosa narrativa. Erano dei contenutisti inconsapevoli anche i più astrattisti dei formalisti, da Balestrini a Giuliani, da Manganelli a Malerba».
«Pagliarani – prosegue Pedullà – non aveva questi problemi, il suo era un linguaggio che si caricava di ideologia e voleva andare in mezzo alla gente. Lo sperimentalismo di Arbasino, Malerba, Manganelli è induttivo, cioè cerca senza sapere cosa trova; quello di Pagliarani, Sanguineti, Volponi e Calvino è deduttivo, cioè compie verifiche della validità delle idee professate, ma entrambe le schiere cercano una nuova via che conduce al progresso e lo trovano. E allora ecco le conclusioni: in realtà i formalisti della neoavanguardia sono solo i contenutisti che predicono i connotati al futuro. Arbasino scriverà “Un paese senza” e Pagliarani chiederà a Savonarola le parole con cui dare voce all’invettiva contro un mondo dove tutti fanno schifo, anche i poeti che fanno la morale».
Giusto individuare come fece Arbasino il Sessantotto come punto di crisi del Gruppo 63?
«Il Sessantotto ha ammazzato la neoavanguardia in tutto il mondo. La condanna a morte non riguarda solo i linguaggi della tradizione novecentesca ma anche i fenomeni di Controcultura. I linguaggi di Arbasino, Balestrini, Malerba, Volponi, Roversi e Pasolini non sanno dove vanno e invece stanno andando incontro ai contenuti che i giovani contestatori hanno maturato a contatto della letteratura che più letteraria non si può: quella della neoavanguardia, definita avanguardia fredda per distinguerla da quella storica, che è avanguardia calda. Il poeta, avendo un pubblico ridotto ai poeti, può permettersi il lusso aristocratico di provocare illuminazione di senso estremista o metafisico attraverso l’urto di registri linguistici italiani e stranieri da mescolare espressionisticamente. E si dà il caso che Pagliarani monti, coi suoi versi museali, figure proverbiali come la ragazza Carla, nonché Rudi, un personaggio su cui è giustamente ancora attiva l’istruttoria critica››.
Quindi lei sostiene che mentre Arbasino ha scelto come via alla verità il comico, Pagliarani ha optato per la tragedia.
«Come diceva Socrate, comico e tragico sono due facce della stessa medaglia. Per stabilire a chi tocca la fortuna di rappresentarle, non basterà lanciarla per aria, non è questione di caso o destino. Le culture innovative barano pur di far vincere la verità contro le imposture che premiamo i nostri interessi o peggio ancora il tornaconto personale. In tal senso non corriamo rischi né con Pagliarani né con Arbasino. Oltre che grandi scrittori, erano personaggi memorabili, anzi indimenticabili››.

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