Pedofilia online, nello smartphone foto di bimbi violentati

«Vi ringrazio, perché ho bisogno d’aiuto». Sono le parole con cui l’ultimo pedofilo della Rete ha accolto i poliziotti che venerdì scorso hanno suonato alla porta di casa per eseguire una perquisizione che si è conclusa con il suo accompagnamento, manette ai polsi, in una cella d’isolamento dei Casetti.

L’uomo, 39 anni, un precedente specifico legato ad una inchiesta datata nel tempo della Procura della Repubblica di Venezia chiusa però definitivamente solo nel 2018 con la condanna patteggiata a 18 mesi (pena sospesa), dopo la convalida dell’arresto, ha ottenuto gli arresti domiciliari nell’appartamento che divide con la madre, così come richiesto dai suoi legali, gli avvocati Filippo Gennari e Francesco Pisciotti.

Nascoste nel mondo parallelo

Alla consapevolezza di essere un soggetto afflitto da una grave patologia, perché tale è la pedofilia, il 39enne ha però contrapposto lucidamente l’uso di tutte le possibilità offerte dalla tecnologia, per nascondere i suoi irrefrenabili impulsi verso ragazzini di età compresa tra i 6 e i 12 anni, immortalati in situazioni di violenze sessuali inequivocabili. Centinaia e centinaia di scatti, diligentemente riposti nell’iCloud, lo smisurato archivio digitale sfruttabile in Rete.

L’indagine

Per mettere assieme una simile raccolta, è stato necessario attivare particolari flussi informatici che hanno fatto scattare un campanello d’allarme nelle sale di controllo di chi vigila 24 ore su 24, sull’infinito mondo del Web. Ecco allora che gli investigatori informatici della Polizia, da moderni Pollicino, hanno iniziato a ricomporre pazientemente il puzzle delle tracce lasciate dai dati. Sono così arrivati a mettere insieme una lunga serie di contatti in Italia, Europa e Sud Est Asiatico (tutto già segnalato alle procure e alle rispettive polizia) che sia all’andata che al ritorno, avevano la Valconca come stazione di riferimento.

La peculiarità

Contrariamente alla totalità dei casi fino ad oggi scoperti nel Riminese, all’ultimo pedofilo informatico è stato sequestrato solo uno smartphone, quello comunemente utilizzato per chiamare mamma e gli amici. Grazie alle “nuvole” iCloud, infatti, ora non è necessario possedere un personal computer magari potenziato con un hard disk esterno, per custodire un mondo sconfinato di orrori e nefandezze.

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