È un bel fardello un cognome illustre, specialmente se quello che si chiamava come te è stato giudicato dalla storia. Lorenzo Pavolini, scrittore, saggista e nipote del gerarca e ministro fascista Alessandro Pavolini, oggi alle 17.30 al teatro Galli di Rimini viene invitato a parlare di “Alessandro Pavolini: un ministro fascista in famiglia, memoria e generazioni”, insieme a Laura Fontana che interviene su “Adolf Eichmann: ripensare la banalità del male”, per le conferenze organizzate dall’Attività di educazione alla memoria del Comune di Rimini. Coordina Oriana Maroni, direttrice della Biblioteca Gambalunga.

Pavolini, cosa vuole dire portare il suo cognome in anni in cui la destra radicale alza la testa?

«Tra le figure del fascismo storico Pavolini gode di una certa fortuna presso i nostalgici, e per alcune caratteristiche della sua rappresentazione rientra anche nel confuso pantheon del più recente estremismo nazionalista. Questo è imbarazzante quanto indossare un indumento che piace a chi davvero non tieni a piacere, e porta a cercare di capire perché il nazionalismo possa ancora essere una soluzione esaltante per dei giovani e perché possa esserlo la violenza politica. La forma di disagio più profondo la provo però verso chi ha ragioni per ricollegare umiliazioni e lutti familiari a responsabilità più o meno dirette di Pavolini come comandante generale delle Brigate Nere, responsabilità che, se non si trasmettono tra le generazioni, pure “passano” in termini di memoria».

Nel suo libro “Accanto alla tigre” lei racconta anche una scoperta personale traumatica.

«Il romanzo è un formidabile strumento di misurazione della distanza tra sé e la storia. Per me, vedere anni fa su un muro in centro a Roma una scritta che inneggiava al padre di mio padre, forse fu più traumatizzante, e parliamo sempre di traumi minori, che vedere da bambino sul libro di storia la foto di Piazzale Loreto con i cognomi sulla pensilina sopra i corpi appesi. Sono i momenti di cortocircuito tra personale e collettivo quelli da cui la letteratura prende il via: uno smarrimento personale che corrisponde a una dimensione pubblica».

Con il fascismo comunque l’Italia non ha mai veramente fatto i conti.

«Ogni carattere nazionale e ogni generazione esprimono necessità diverse di conoscere i compromessi a cui si sono piegati per affidarsi ai totalitarismi e alla guerra. Le reticenze sono segno della permanenza di ferite e divisioni. Il romanzo invece non fa i conti, è semmai un esercizio di empatia, e contribuisce a mantenere aperte le domande su cosa avremmo fatto nella stessa situazione e su cosa nel presente siamo chiamati a fare».

E il suo intervento riminese?

«In questi anni ho individuato più che una zona grigia (dal titolo del ciclo di incontri, ndr) una sorta di zona eroica dura a morire, che proprio della sua irriducibilità fa ragione d’essere: pensiamo all’insurrezione di Capitol Hill! L’intransigenza e l’ideologia estremista del fascismo “rivoluzionario” esercitano un’attrazione molto sottile, intessuta di inguaribile romanticismo, al cospetto di una attualità fluida, dove le posizioni personali sembrano adattarsi alle convenienze piuttosto che ai valori. Nella zona eroica pare sia migliore chi resta fedele a un progetto di trasformazione assoluta della società abbracciato in gioventù, chi interpreta il senso alto della propria esistenza fino in fondo, attribuendo al modo di battersi e anche di morire il sigillo più importante, quasi che conti più di come si è vissuto. Ma questo porta a calpestare i più elementari fondamenti dell’umano, che ci vede prima di tutto fratelli, vicini di casa, amici, padri, madri e figli».

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