INTERVISTA A BRUNO SEGRE

FORLì. Poco lontano da via Paolo Sarpi e dalla Chinatown milanese, vive Bruno Segre: classe 1930, da molti decenni fa parte dell’associazione italiana Amici di Nevé Shalom/Wahat al-Salam e si è sempre occupato, per esempio con il suo saggio Gli ebrei in Italia, di tematiche relative alla storia di questa minoranza italiana. Nato a Lucerna, ha studiato filosofia con Antonio Banfi e lavorato nel Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti.
Alberto Saibene lo ha intervistato su un evento doloroso ma emblematico, e ne ha tratto il libretto Il funerale negato. L’ombra lunga dei Patti lateranensi, pubblicato quest’anno dall’associazione forlivese Una Città.
Segre, il rabbino della comunità di Parma ha negato la sepoltura nel cimitero ebraico di Monticelli D’Ongina a sua moglie Matilde, non ebrea, ma legata a lei da sessant’anni di vita «nella buona e nella cattiva sorte».
«In me ci sono un côté ebraico e un côté italiano – risponde Segre con un sospiro – e nessuna delle due identità cancella l’altra. Ma quello che davvero conta è il luogo neutrale fra i due, quello della laicità. In esso ci dovremmo ritrovare tutti, al di là del retroterra a cui apparteniamo, e in uno Stato che si definisce democratico e laico i cittadini dovrebbero sentire, al di là di altre considerazioni, una comune appartenenza alla civitas».
Ma in realtà non è così.
«Perché la Costituzione, per ragioni storiche anche comprensibili che però hanno pesato e pesano sulla vicenda italiana, assunse al suo interno i Patti del 1929, un accordo che creò un rapporto perverso fra religione e politica, fra una autorità che dovrebbe essere solo spirituale, e poteri che dovrebbero appartenere al popolo. È successo così che i chierici avessero una statuto di cittadinanza differente da quello degli altri. Poi… la realtà è molto più varia delle nostre categorie e ci sono chierici, proprio quelli che hanno a cuore la purezza della loro religione, capaci di fare propri i valori della laicità, infastiditi a loro volta nel vedere le tangenze pericolose fra i due poteri».
La disattenzione o addirittura la diffidenza nei confronti dei valori della laicità è poi alla base anche dell’episodio doloroso che ha riguardato lei e la sua famiglia.
«Sì, e mi piacerebbe che quel fatto, del tutto personale, innescasse un dibattito allargato, capace di coinvolgere persone di sensibilità diverse e uguali su un tema che sta alla base del nostro essere cittadini alla pari».
Lei è molto critico nei confronti dei Patti del ’29, ma lo è altrettanto con la Legge Falco del 1930, che però non molti italiani conoscono.
«Quella legge trasferì sulla minoranza ebraica le istanze sulla cui base il potere politico voleva instaurare i propri rapporti con il cattolicesimo, fascistizzando quindi l’istituzione ebraica. Noi ebrei italiani eravamo e siamo un numero infinitesimale della popolazione, ma la nostra pluralità anche a seguito di quelle leggi non è riconosciuta, si guarda a noi come a un blocco monolitico in cui la voce fuori dal coro è esclusa. Si parla anzi di “comunità ebraiche”… che però non sono affatto omogenee! Ancora una volta l’individuazione identitaria sulla base religiosa mina la laicità dello Stato, e persino l’intelligenza della formulazione della nostra Costituzione ricevono il guasto che proviene da quell’articolo 7».
È la presenza del Vaticano sul nostro territorio, a suo parere, ad aver influenzato in questa direzione i rapporti fra Stato e Chiesa?
«Il paradosso è che in realtà noi italiani siamo un popolo irreligioso, ma con molto rispetto per i chierici, per chi detiene il potere: un tale ossequio urta però con l’idea della laicità. Forse storicamente ci è mancato qualcosa, esperienze collettive anche tragiche e dolorose che però cambiano lo spirito di un popolo… Questo spiegherebbe anche perché la classe politica post bellica, fortemente antifascista, non riuscì a scrollarsi di dosso i Patti, nati, lo ricordo, dal compromesso fra la Chiesa di papa Ratti, Pio XI, e il fascismo: un vulnus che condiziona anche le manifestazioni della nostra quotidianità, da italiani e da ebrei».
Non si sente spesso parlare così esplicitamente di questi temi.
«Ma la mia età mi permette di esprimere le mie idee anche se sono diverse dalla koiné… Ci deve fare riflettere anche l’uso osceno che certi politici come Salvini hanno fatto in questi mesi della religione, aizzando l’odio e i sentimenti peggiori che la gente in momenti di crisi si porta dentro, e quasi sostituendosi al Papa nel modo più goffo e volgare. Ancora una volta, ne sono vittima gli atteggiamenti laici di una società: penso, per dirne una, alla caccia all’untore cinese dei primi giorni di malattia, qui a Milano. Il virus, appunto… l’atmosfera di questi giorni mi fa venire in mente per certi aspetti quella degli anni di guerra. E, come allora, il mondo che uscirà dalla pandemia non sarà più lo stesso: possiamo solo augurarci che comunque sopravviva la speranza in un futuro meno indecente, e che ragazzi come Greta, o i miei nipoti, i nipoti di tutti, con la loro energia, la loro passione lucida, e la loro fiducia riescano a dare una svolta, vera e che duri, alla nostra storia».

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