Pascoli, Fellini e Guerra tra il sacro e il profano

RIMINI. Pascoli, Fellini e Guerra. Laici, anticlericali, talvolta nichilisti. Ma nelle loro espressioni artistiche, tre autori che hanno saputo dare sostanza al senso del sacro, allo spirituale.
Si immerge ed emerge tirando fuori fili, relazioni, assonanze, Gianfranco Miro Gori, nel suo “Sulla spiritualità in Fellini tra Pascoli e Guerra”, saggio che sarà al centro del suo intervento in occasione del convegno Fellini e il sacro, in programma – Coronavirus permettendo – in due sessioni, una a Rimini il 7 marzo (cinema Fulgor) e una a Roma il 21 marzo (Università Pontificia Salesiana).
Gli interventi
La giornata riminese prevede, oltre all’intervento dell’ex direttore della Cineteca di Rimini, quelli di Davide Bagnaresi su “L’infanzia e la giovinezza di Fellini a Rimini”, di Marco Tibaldi su “La figura, l’arte e la spiritualità di Giulietta Masina”, di Renato Butera su “La rappresentazione del sacro in Fellini”.
Per la serata sono invece annunciati il regista Pupi Avati, Walter Veltroni, Davide Milani e un momento musicale con le arie dei film di Fellini eseguite da Federico Mecozzi.
Fellini e Dio
Il rapporto con la religione, con la sua formazione cattolica, non è mai stato negato da Fellini. «Credo di essere naturalmente religioso, perché il mondo, la vita, mi sembrano avvolti di mistero» dichiarò il regista riminese nell’intervista a Giovanni Grazzini (rieditata dal Saggiatore in occasione del centenario).
La critica, peraltro, ha etichettato i film degli anni Cinquanta La strada, Il bidone, Le notti di Cabiria come trilogia della salvezza. Il discorso del Matto ne La strada, il pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore ne Le notti di Cabiria, e il calvario stesso di Cabiria, la caduta del protagonista del Bidone: tanti gli elementi che indicano una tensione spirituale, un’attenzione all’anima dei personaggi.
Ma Federico Fellini è anche il regista che ha scandalizzato le alte sfere dell’autorità ecclesiastica, e non solo quelle, con la Dolce vita, colui che ne Le tentazioni del dottor Antonio irride al moralismo cattolico, che osa concepire la celebre sfilata di moda ecclesiastica nel film Roma. Che in 8½ e in Amarcord inchioda gli insegnamenti cattolici e la Chiesa nei loro tratti punitivi e bacchettoni. Eppure.
Una profonda spiritualità
Eppure più elementi, nel cinema di Fellini, portano a definire la rotta del suo rapporto con il sacro. E ad accomunarlo, in questo, agli altri due autori romagnoli al centro del saggio di Gori. «Nella grande poesia di Pascoli da Myricae ai Canti di Castelvecchio (1903) palpita il mistero del mondo, una profonda spiritualità tra le umili, piccole cose della vita quotidiana e gl’immensi spazi siderali» evidenzia, annodando così il poeta sammaurese a Fellini e Guerra: «Li accomuna l’attenzione agli umili, ai poveri, agli emarginati, agli straccioni, ai matti» che «compaiono in tutto il cinema felliniano di cui costituiscono una solida vena spirituale».
Quanto a Guerra «sono assai presenti nelle raccolte I bu (I buoi, 1972, che aduna le poesie a partire dal dopoguerra) e E’ mél (Il miele, 1982) e da molte altre parti da dove scaturisce la meraviglia verso la natura e il mondo».
La morte
Anche intorno al tema della morte Gori indica punti di contatto tra i tre autori romagnoli. Un tema, «declinato da Pascoli coi tragici lutti famigliari e da Fellini, che non ha mai nascosto la sua curiosità per il dopo morte, il viaggio nell’aldilà, e in tal senso ha cercato di realizzare Il viaggio di G. Mastorna, interrotto e mai portato a compimento».
Guerra poi, collaborando con Fellini in Amarcord, «è alle fondamenta delle domande del babbo del protagonista, capomastro anarchico, sull’origine del mondo. Il punto d’appoggio infatti è la poesia Dabón Santìn? (1950) rivolta al poeta longianese Sante Pedrelli».
Vale la pena citarla: «Dabón Santìn che ta n cràid invéll? / Ta n vàid cumè ch’l’è tótt organizéd, / i péss i è dréinta l’aqua ch’i sta a mòl / e pr’aria u i è al farfàli si gazótt. / Mo guérda mal galéini ch’al fa l’ov: / se nèun a n’e’ bivém e’ va da mèl». (Ma davvero Santino che non credi proprio a niente? Non t’accorgi come ogni cosa è messa proprio al suo posto giusto, i pesci a mollo nell’acqua e farfalle e uccelli a volare per aria. Guarda mo’ le galline che fanno l’uovo e se noi non lo beviamo si guasta).
La scena corrispondente, in Amarcord, è quella della visita della famiglia di Titta allo zio matto Teo: «È bello, eh, l’uovo, Teo?» osserva il padre di Titta: «Mi domando delle volte come fa la natura a tirar fuori delle cose così perfette».
L’influenza su Rossellini
Sempre intorno a Fellini, Gori ricorda poi giustamente i «film a tema religioso che lo videro a fianco di Rossellini» in veste di sceneggiatore. In Paisà (1946) il quinto episodio «racconta l’incontro di tre cappellani militari dell’esercito alleato con i frati di un convento: una parentesi spirituale nel corso della guerra. Girato nella realtà a Maiori sulla Costiera Amalfitana, nella finzione è ambientato in Romagna e vi risuonano parole del dialetto locale. Il che ci induce a supporre che la scrittura di detto episodio sia da attribuire al medesimo Fellini che aveva ormai assunto nel gruppo di sceneggiatori di Rossellini un ruolo preminente».
«Sempre a Maiori – continua Miro Gori – sarà girato Il miracolo (episodio di L’amore, 1948) scritto da Fellini e Pinelli e interpretato da Anna Magnani e dallo stesso Fellini. In estrema sintesi un vagabondo approfitta di una pastora che lo crede san Giuseppe disceso in terra. Il film suscitò controversie tra chi lo pose al limite della blasfemia e chi invece vi rinvenne un afflato religioso».
Fellini fu inoltre tra gli sceneggiatori anche di Francesco Giullare di Dio (1950), il film di Rossellini basato sui Fioretti di San Francesco.

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