Thomas Casadei

FORLIMPOPOLI. C’è un esercito senza nome che vive fra noi: raccoglie i nostri pomodori e le nostre fragole, lavora nei nostri cantieri o passa notti e giornate sul bordo di una strada, ad aspettare chi consuma sesso a pagamento.
La nuova schiavitù
È troppo chiamarli schiavi? No, nel momento in cui la loro possibilità di decidere e di rivendicare diritti è pari a zero: perché di fatto non esistono. Forse proprio l’emergenza che stiamo vivendo sta portando a galla la “loro” emergenza: e va in questa direzione la recentissima proposta della ministra Teresa Bellanova di regolarizzare oltre 600mila “irregolari” anche e soprattutto per dare una risposta ai problemi dell’economia italiana specie in campo agricolo.
Ma sono anni che cerca di comprendere i nessi tra migrazioni, tratta e forme contemporanee di schiavitù il network internazionale Red Iberoamericana de Investigaciòn, di cui dal 2014 fa parte anche uno studioso romagnolo, Thomas Casadei.
«È necessario porre l’attenzione in maniera più sistematica – chiarisce Casadei – sui temi della condizione schiavile e paraschiavile, estesi a tutta Italia e ai nostri territori: lo dimostra il caso di poche settimane fa di migranti pachistani e afghani impiegati in aziende nei territori di Castrocaro, Bagnara di Romagna, San Clemente e San Giovanni in Marignano… per pochi euro al giorno e in condizioni di vita disumane. Il problema, poco contrastato, di fatto è strutturale. L’invisibilità permette infatti di tenere i migranti in condizione di segregazione, e quindi di sfruttamento: una sacca di lavoro nero, per cui non si presenta “solo” il problema di un pagamento inferiore alle normative, ma di condizioni di vita in situazioni estreme».
E sembra che il fenomeno dilaghi.
«Anche la magistratura sta assai opportunamente intervenendo: il suo lavoro però inizia quando si è già nella fase repressiva, è da prima che bisogna agire, potenziando, per dirne una, gli Ispettorati del Lavoro e aumentando il personale di queste strutture».
L’imprenditore agricolo, però, spesso risponde che se non operasse in questo modo non avrebbe i margini per sopravvivere.
«Capisco questi argomenti, ma qui parliamo letteralmente di schiavitù, di segregazione e di pratiche reiterate di violenza! Di persone che non hanno tutele, che dormono nelle serre, fanno lavori a orari non umani: è qui che gli argomenti dell’imprenditore cedono… La rete però si sta occupando anche di questo, con un intenso dibattito interno: occorre infatti distinguere le diverse tipologie di sfruttamento per contrastarle efficacemente e non rischiare di fare confusione fra i diversi fenomeni e gli strumenti normativi necessari per ognuno».
Gli strumenti normativi, appunto: la legislazione sull’immigrazione ha avuto effetti in realtà deleteri, penso a certe zone d’Italia come la Puglia foggiana dove l’immigrazione clandestina c’è, è fatta di grandi numeri e di altrettanto grande sfruttamento.
«Occorre che a sovrintendere su questi processi sia una serie di attori che controllano tutta la filiera produttiva perché se si accetta o si permette che vengano meno le garanzie, in tutto ciò sono destinati prima o poi a essere coinvolti anche gli italiani… e quindi le attività di studio hanno anche una valenza di protezione nei confronti di tutti, non solo dei migranti».
Senza parlare poi di chi davvero cavalca tutto ciò: la criminalità organizzata.
«Proprio per questo una regolarizzazione di tutti i migranti toglierebbe armi alle mafie, impedendo che tanti esseri umani, nella tratta del Mediterraneo, finisca in quella sacca di invisibilità che inghiotte uomini, donne, bambini, ed è il presupposto per delle combinazioni per cui il migrante finisce in circuiti di illegalità. Qui davvero può fare qualcosa lo Stato, ora assente: in certe aree il lavoro integrato delle istituzioni può fare la differenza… Oltre alla Puglia penso a tante aree della Campania come Villa Literno: ghetti ove, specialmente ora che tutto riparte e c’è bisogno di braccia per lavorare, c’è un fortissimo rischio che la criminalità organizzata la faccia da padrone e nell’invisibilità le fornisce la criminalità organizzata. Le mafie sono radicate ma si cerca di contrastarle e vanno contrastate quotidianamente: sia a livello istituzionale sia da parte di tante persone grazie ad associazioni come Libera. La stessa “Red” è un organismo che studia i fenomeni, ma per suggerire soluzioni concrete: e stiamo aspettando, io e gli altri membri del Comitato scientifico, di capire se a dicembre, non a caso a Palermo, in occasione del ventesimo anniversario della Convenzione Onu contro la criminalità organizzata transnazionale, potremo tenere il quinto Congresso del network».
Insomma, non ce lo nascondiamo: i pomodori che tutta l’Europa gusta spesso sono raccolti da persone sfruttate quando non da veri e propri schiavi.
«È così, e non dobbiamo rimuoverlo dalle nostre coscienze: anzi, occorre tenere alta l’attenzione e non permettere che la propaganda politica ci faccia dimenticare la nostra umanità… e anche i nostri veri interessi in merito alla garanzia dei diritti di tutte e tutti, e alla salvaguardia di un’economia sana».

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