Pari: un paese difficile per tanti anziani

Recentemente, l’Istat (istituto nazionale di statistica), ha pubblicato gli indicatori demografici del 2019. Ecco uno dei dati che desta maggiore preoccupazione: ogni 100 persone decedute, ne nascono 67 (l’età media in Italia è di 45,7 anni). Una situazione problematica, ma comprensibile. Da troppo tempo, gravi problemi strutturali affliggono la nostra penisola: 1) il precariato è dilagante, in ogni ambito del lavoro. Riduce il reddito, sopprime le sicurezze, devasta le garanzie. 2) la situazione economica è allarmante (anche ante covid). 3) il debito pubblico, rapportato al Pil, è tra i più alti nel mondo. Mina il futuro delle generazioni che verranno. 4) gli stipendi medi, consentono la sopravvivenza, ma impediscono il progresso economico delle famiglie.

Ardue le soluzione, di sovente si cerca di tamponare, elargendo denaro che non abbiamo. La dilagante precarizzazione ha falcidiato le nuove generazioni, ora toccherà agli anziani. Il processo è già iniziato. Le pensioni non hanno adeguate indicizzazioni economiche, significa che perdono annualmente importanti quote di valore. Eppure, circa 7 milioni di pensionati sono il fulcro portante per il sostegno di altrettante famiglie italiane. Eppure, coloro che hanno traguardato la pensione con sette/otto lustri di contributi versati, hanno ampiamente anticipato ciò che gli verrà restituito, senza contare che purtroppo, solo una parte traguarderà l’aspettativa di vita, per gli altri, il montante rimarrà allo stato. Dopo circa quarant’anni di lavoro, verificare la cifra versata, ricapitalizzata, sarebbe un calcolo auspicabile, finalizzato a disconoscere la vergognosa propaganda, che pone il pensionato come un peso sociale, evidenziandone i costi, dovuti al fatto, che i contributi versati sono stati spesi, anzichè accumulati, inoltre, nelle cifre indicate come spesa pensionistica, raramente si separa assistenza da previdenza, accomunando dati che non hanno nessuna ragione logica comune. Colpire i pensionati è semplice, quasi banale, come lo è stato precarizzare i giovani. Sarà sufficiente continuare a non indicizzare adeguatamente le pensioni. Il tempo colpirà duro. Eppure, sarebbe auspicabile un minimo di riconoscenza sociale, verso coloro che hanno contribuito a ricostruire il paese dopo le guerre e la dittatura, finalizzando il lavoro alla famiglia, con l’intento di lasciare ai figli un futuro di prosperità. Quel benessere, grazie al quale molti quarantenni di oggi possono ancora vivere in modo dignitoso. Quei risparmi, grazie ai quali l’Italia è ancora credibile, nonostante l’enorme debito pubblico. Nel nostro paese, a differenza di altri, i pensionati hanno anche ruolo sociale di fondamentale importanza, una sorta di “caritas familiare”, donano ai figli i risparmi accumulati con rinunce e lungimirante visione del futuro, spesso, donano una casa, che i figli difficilmente avrebbero potuto permettersi. Inoltre, sopperiscono alle carenze pubbliche nella gestione dei nipoti, sostituendosi agli asili, scarsi o troppo costosi, alla scuola, quando non è in grado di fornire il sostegno pomeridiano. Purtroppo però, si ritroveranno nella seconda o terza età anziana (la prima, inizia biologicamente a circa 65 anni), con una rendita non adeguatamente indicizzata, insufficiente per pagare la necessaria assistenza imposta dall’età. Impedire adeguate indicizzazioni sulle pensioni, è un atto sconcertante, particolarmente devastante per l’ultimo periodo della vita.

*Giornalista , Docente, Referente di sede d’esami universitaria

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