Pari: il lavoro deturpato

Può apparire strano, ma fu nel lontano 1866 a Chicago, che fu approvata la prima legge sulle otto ore lavorative, entrata in vigore il 1 maggio 1867. È stata recepita legalmente in Italia, con il Regio Decreto 692 del 1923. Dopo 56 anni! Non sempre, siamo stati la culla del Diritto e della Civiltà. Nel nostro Paese, negli ultimi decenni, il lavoro ha subito gravi attacchi, ha perso molte battaglie, ha lasciato sul campo la conquista di tanti diritti, ha barattato la sopravvivenza con la precarizzazione. Nella sostanza, è stato deturpato. È molto complesso analizzarne le cause, che peraltro, subirebbero una valutazione più politica che oggettiva.

Certamente, la globalizzazione ha offerto nuove opportunità alle nostre imprese, aprendo mercati inesplorati, consentendo di proporre i nostri prodotti in quasi tutte le parti del Mondo. Del resto, l’Italia, non avendo materie prime, vive soprattutto di trasformazione e vendita (oltre ovviamente al Turismo). Purtroppo, è stata proprio la globalizzazione ad evidenziare gli elevati costi del nostro lavoro, rispetto alle tante Nazioni concorrenti. Ciò è dovuto principalmente all’imponente tassazione, necessaria, per il mantenimento della costosa macchina statale. Sulla riduzione di questi costi si doveva intervenire. Non è accaduto, anzi, il debito pubblico è esponenzialmente cresciuto, fino a traguardare i vertici mondiali dell’indebitamento. In questi mesi, il dramma della pandemia ha moltiplicato le problematiche economiche, la fragilità del nostro Paese è drammatica, se non avessimo un debito pubblico così elevato, tutto sarebbe estremamente più semplice. Sarebbe stato logico pensarci in situazioni di normalità, ma la lungimiranza, non porta voti. Ritornando al lavoro, anziché contenerne la tassazione per renderlo più competitivo, si è scelto di ridurne il costo, precarizzandolo. Per confermare questa analisi, è sufficiente verificare l’andamento dei contratti a tempo indeterminato, rapportandoli, non solo alle “partite iva”, ma alle tantissime tipologie a tempo determinato. Di fatto, parte della competitività del Paese Italia, negli ultimi decenni, si è sostanzialmente mantenuta, seppure con molta difficoltà, riducendo “il prezzo pagato per il lavoro”, attraverso la precarizzazione. Drammatico, il conto di questa dissennata strategia. Abbiamo un Paese (anche prima dell’emergenza sanitaria), ad altissimo rischio per l’indebitamento, salari che spesso non consentono una vita dignitosa, riduzione delle garanzie, diminuzione della natalità, mercato interno dei consumi in affanno. Oggi, in troppi casi, il Lavoro non consente alla pluralità dei dipendenti di accedere ad un mutuo, o più semplicemente, all’acquisto di alcuni beni durevoli. Problematico anche Il mantenimento e la gestione dei figli, ai quali, peraltro, offriamo un futuro quanto meno incerto. Per ridare dignità al Lavoro, ovviamente dopo l’emergenza che stiamo vivendo, occorrerà una seria politica di riduzione della tassazione, recependo il necessario, dal contenimento dei costi dello Stato. Per farlo, serviranno politici coraggiosi, non interessati esclusivamente alle elezioni. Serviranno soprattutto elettori attenti, in grado di valutare i programmi, separandoli dagli annunci e dalla demagogia. Solo allora, si potrà reperire denaro sufficiente per iniziare a ridurre il debito, mettendo in sicurezza il Paese. Solo allora, si potrà valutare una seria detassazione, strumento indispensabile, per garantire maggiore competitività alle nostre imprese, conseguentemente, per imporre la drastica riduzione del precariato, strada maestra, per migliorare la dignità del Lavoro, che da tanto tempo, da troppo tempo, è stato solo ed esclusivamente deturpato.

*Giornalista, Docente e Referente di sede d’esami Universitaria

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