Paolo Tarsi dalla techno a Ferlinghetti

In che modo la ricerca musicale si pone di fronte alle sfide che interrogano la comunità e al silenzio della musica live? A questo “vuoto” spaziale ha voluto offrire la sua risposta, tra le Marche e la Romagna, Paolo Tarsi, affermato compositore, autore e sound designer attivo tra Italia e Germania, presentando in streaming il 19 febbraio per l’etichetta indipendente Anitya Records i suoi ultimi progetti discografici. Ha quindi eseguito brani da “A perfect cut in the vacuum”, in cui ho collaborato con Roberto Paci Dalò e musicisti di Afterhours, Area, Kraftwerk, Tangerine Dream, Ulan Bator e sessionmen di Coldplay, Radiohead, Brian Eno, David Bowie. Un live che avrebbe dovuto presentare durante un tour europeo mai partito causa Covid.

Tarsi, fino a dove ha condotto questa nuova esplorazione ai confini del suono?

«Nella mia musica l’esperienza del minimalismo si amalgama con ambient, krautrock e techno. In “Artificial intelligence” ho racchiuso la sperimentazione nello spazio ristretto e immediato di una canzone. Ed è rivolto qui, ora, il mio spirito di ricerca».

A quale dimensione cosmica e metafisica allude il richiamo del “vuoto”?

«L’album “A perfect cut in the vacuum” vede contrapposta l’innata paura del vuoto all’horror pleni della modernità liquida. Una riflessione iniziata già con il precedente “Furniture music for new primitives”».

A questo progetto hanno collaborato anche vari musicisti romagnoli. Quali?

«Ho condiviso piacevoli momenti creativi con Zona MC, EmilKr, Roberto Paci Dalò. Sono molto grato a Duba di Cinedelic, Andrea Felli di Acanto e Farmhouse per il loro supporto e a Daniele Baldelli per il suo bellissimo remix di “Artificial intelligence”».

Lei annovera nelle sue produzioni l’apporto di numerose collaborazioni eccellenti, dai Kraftwerk ai Radiohead.

«L’ex Kraftwerk Fernando Abrantes è stata una presenza di rilievo così come altre figure di primo piano provenienti da Tangerine Dream, Afterhours, Tuxedomoon, King Crimson, Area. Fino a sessionmen di Radiohead, Brian Eno e Soft Machine».

Ha dedicato il suo nuovo ep “I can’t breathe” a Eric Garner e George Floyd, vittime degli scontri razziali negli Stati Uniti.

«Il razzismo è un virus che toglie ogni respiro. Ora, in conseguenza della pandemia, viviamo in un contesto nel quale tutti siamo chiamati a riflettere su che cosa sia in fondo, davvero, a non farci respirare. Penso anche a quanto accade nel Myanmar…».

…così come ha dedicato due meditazioni elettroniche al ricordo dello «spirito battuto e bohemo che rimarrà sempre vivo» di Lawrence Ferlinghetti.

«Con i suoi versi, i suoi bozzetti e la sua prosa, Ferlinghetti posa il suo sguardo alla ricerca di ciò che è eterno, trasmutando il viaggio in una forma di meditazione ricca di incontri, parole, paesaggi. Tutto ciò che più ci manca in questo momento».

Perché l’apporto visual e dell’artwork è così importante nelle sue produzioni?

«Non c’è modo migliore per rendere più esplicito un messaggio se non associando le immagini al suono. È stato un privilegio lavorare con lo studio grafico dei Pink Floyd e con Schult, il designer dei Kraftwerk coautore di “Talk” dei Coldplay».

Al di là delle nuove possibilità di ascolto e visione che offre la tecnologia, quanto manca la dimensione del concerto live?

«Fare musica dal vivo è un’esperienza del tutto diversa dallo studio. Momenti distinti, entrambi importanti. Sul palco ho imparato molto, a partire dagli errori. Ripartiamo dai teatri, luoghi sicuri in cui ritrovare calore, intensità e condivisione».

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