Paolo Rossi in scena a Cesena con “Pane o libertà”

Il “Bonci sotto le stelle” di Ert riporta nell’estate cesenate uno degli interpreti comici più autorevoli. È Paolo Rossi da Monfalcone (1953), che stasera alle 21.30 al chiostro di San Francesco presenta il suo “Pane o libertà”, aggiornato però alla nuova fase che preferisce chiamare “Per un futuro immenso repertorio”. Sul palco la sua fidata band con musiche dal vivo di Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari, Stefano Bembi.

Quarant’anni di palcoscenico, Dario Fo fra i primi maestri a valorizzarlo, il teatro dell’Elfo e i Comedians per farsi le ossa, la Romagna come periodo della vita, Paolo Rossi unisce stand-up a commedia dell’arte, satira e comicità irruenta, cita i maestri, Shakespeare, la vita, racconta con fare dirompente un presente evoluto in gravosa drammaticità. Facendo divertire.

Caro Rossi, in che modo si racconta davanti al pubblico?

«Parto sempre da quello che mi è successo nell’ultima settimana per rifarmi alla crisi che stiamo vivendo, i contenuti per metà sono frutto di improvvisazione, per metà di canovaccio. Con la mia “pattuglia acrobatica” di musicisti, pure attori e saltimbanchi, decido la scaletta; poi però, mentre saliamo sul palcoscenico, la cambio! Affrontiamo canzoni in modo originale con un recitar cantando. Ci interrompiamo, riprendiamo, passiamo a un ricordo, ritorniamo al canovaccio, commentiamo cosa capita in sala. Fino a decidere se chiudere o con una poesia di Rimbaud o con una barzelletta di un comico del 1930».

Come va interpretato il doppio titolo dello spettacolo?

«Nelle prime serate con “pane o libertà” ponevo una scelta; come a dire vuoi il pane o la libertà, vuoi essere libero o portare l’affitto a casa? Non ho mai inteso come Giovenale il regalo del “pane e giochi” che ti fa il potere, a quello provvedono già televisione e mediocrità. Lo spettacolo oggi si è evoluto e ha subito metamorfosi in linea con questo nostro momento storico; con “per un immenso futuro repertorio” mi riallaccio all’antico per parlare di futuro».

Quindi la comicità entra nella storia?

«La metamorfosi è dovuta al fatto di seguire la storia più che la cronaca politica, perché quello che stiamo vivendo è un momento storico».

Di cosa ha bisogno il pubblico?

«Noi artisti e commedianti siamo prima di tutto un genere di conforto. In tempi di crisi un genere di conforto ha un valore alto perché serve a tenere il morale alto, a rifocillare di viveri che hanno a che fare con lo spirito e con l’anima in un momento di carenza. Il pubblico ha pure la necessità che succeda veramente qualcosa nella serata. Cosa questa cosa che attingo dal mio stand-up».

Anche senza chiamarlo all’inglese, faceva stand-up già molti anni fa.

«Negli anni Ottanta con i Comedians siamo stati i primi a fare stand-up; la considero il cabaret con la kappa dove giochi come attore, col personaggio, ma anche come persona. È una sfida, economicamente puoi autoprodurti, tutto è più agile e guadagni nel fare circolare il tuo nome».

Da milanese di adozione quale era si è trasferito a Trieste.

«Ogni artista ha bisogno di trovare un luogo per accendersi o ricaricarsi, io l’ho trovato a Trieste, dove mi sento in Europa più che a Milano. È la città più letteraria d’Italia, da Magris a Rumiz a Covacich, ho il sangue di questa terra e tante storie di affabulatori particolari».

Cosa aggiungere di Longiano?

«È stata una tappa fondamentale in un periodo in cui volevamo concentrarci, ricaricarci, e vivere in qualche modo a casa. E come non si fa a non sentirsi a casa in Romagna? Tornerò nell’estate per vedere il nipotino che il figlio mio e di Lucia (Vasini) ci ha dato».

Euro 10-7. Info: 0547 355959

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