Paolo Mereghetti a “La settima arte” di Rimini

RIMINI. Festa del cinema di Rimini, seconda giornata. Sale in cattedra Paolo Mereghetti, critico cinematografico, firma del Corriere della Sera, ideatore dell’omonimo dizionario la cui ultima edizione, la dodicesima, è arrivata nelle librerie nel 2018, venticinque anni dopo la prima. Tre volumi, 35mila schede di film. Oggi, alle 18.30 al cinema Fulgor, Mereghetti incontrerà il pubblico intervistato dal curatore del programma Roy Menarini. Una masterclass pensata – come le altre del programma – per addentrarsi nei mestieri del cinema.


Mereghetti, che mestiere è quello del critico? E come è cambiato negli anni?
«Io sono un critico del millennio scorso. Ho sempre pensato alla critica cinematografica nello stesso modo di quando ho cominciato a farla quarant’anni fa. È un lavoro che richiede impegno. Una cosa centrale, per me, è il rispetto dell’opera. Anche il film più brutto va rispettato. Il nostro compito è quello di aiutare uno spettatore curioso, intelligente, a capire meglio l’opera. Occorre avere autorevolezza e competenza».


E si riesce ad averle anche nell’era del digitale e dei social?
«Certo. Dietro il mio lavoro c’è lo studio, la conoscenza il più possibile approfondita. Personalmente ho visto tantissimi film in questi anni e non su YouTube ma al cinema, e per intero dall’inizio alla fine. È importante avere studiato la storia del cinema, le tecniche cinematografiche. Ma anche aprire gli occhi sul mondo. Non credo facciano bene coloro che, come mi capita mi dicano certi giovani, si guardano anche quattro film al giorno. È importante anche vivere, essere sintonizzati con il mondo. Come facevano i grandi sceneggiatori negli anni Sessanta, gli Age e Scarpelli, Scola: avevano vissuto la vita e riuscivano a scrivere e fare un grande cinema. In questi termini sono straconvinto che quello del critico resti un mestiere necessario. Non sono i pallini, le stellette a essere fondamentali».


Ma proprio le stellette, anche se non solo quelle, l’hanno resa celebre. Cosa racconta oggi il “Dizionario del cinema Mereghetti”?
«Le stellette sono un gioco, che certamente serve: uno guarda e immediatamente si fa un’idea. Ma quello che conta sono le schede, che sono cresciute, negli anni, non solo di numero, ma anche in lunghezza. Il cinema oggi è molto più complesso e ramificato. Agli inizi il Dizionario voleva essere un aiuto a chi, di fronte all’esplosione delle tv private, necessitava di uno strumento che aiutasse a orientarsi tra i tanti film. Oggi ciò che mi sta più a cuore è l’idea che la gente possa, attraverso le schede, i collegamenti, entrare in questo mondo magico che è il cinema».
Nella nuova edizione del “Dizionario” ci sono i film Netflix ma non le serie, a eccezione di “Twin Peaks”. Perché questa scelta?
«Dal mio punto di vista i film Netflix ci devono stare. Non sono molto belli, ma è giusto che ci siano mentre continuo a pensare che le serie tv sono un’altra cosa, non credo siano il futuro del cinema. Se qualcuno crede, si metta a fare il dizionario delle serie tv. Quanto a Twin Peaks, è un po’ uno scherzo, e infatti la scheda è di dieci pagine».


Oggi parlerà a Rimini, al Fulgor, il cinema di Federico Fellini. Di lui si celebrerà nel 2020 il centenario della nascita. Come andrebbe ricordato?
«Fellini è un regista che un tempo non apprezzavo come oggi, a eccezione che per grandi film come La dolce vita. Ma più passa il tempo e più mi sembra davvero uno dei giganti del cinema italiano, anche se a volte non mi entusiasma. Aveva una capacità di costruire mondi straordinari. Penso che la cosa fondamentale sia fare vedere i suoi film al più largo numero di persone e soprattutto ai giovani. Devono essere create occasioni per collegarlo alla cultura del Novecento con cui è stato sicuramente in sintonia».
Infine: nel 2015 ha dedicato l’edizione del suo “Dizionario” a Morando Morandini, collega e autore di un altro celebre “Dizionario del cinema” che era da poco scomparso. Che rapporto avevate?
«È stato uno dei maestri della critica italiana. Io avevo fatto il suo vice a Il Giorno. Eravamo amici, leggevamo ognuno le cose dell’altro, ci citavamo reciprocamente nelle schede. C’è sempre stato un gran rispetto».

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