RIMINI. Parlando del celebre romanzo Ulisse di James Joyce, Ezra Pound lo descrive così: «Tutti gli uomini dovrebbero unirsi a lodare Ulisse. Coloro che non lo faranno, potranno accontentarsi di un posto negli ordini intellettuali inferiori. Non dico che tutti dovrebbero lodarlo da un medesimo punto di vista; ma tutti gli uomini di lettere seri, sia che scrivano una critica o no, dovranno certamente assumere per proprio conto una posizione critica di fronte a quest’opera».
La provocazione c’è tutta. E io sono uno di quelli che fin dall’inizio delle proprie turbolenze intellettuali accettò questa sfida letteraria estrema, tentando di circumnavigare il mondo assieme a Dante, Joyce e per l’appunto Pound. Non sono mai riuscito, in verità, a “leggere” l’Ulisse per intero, come si legge un romanzo, ma in compenso sono pieno di reperti bibliografici di tutte le varie edizioni pazzoidi delle opere di Joyce, a partire da quelle di una micro casa editrice veneziana chiamata Il Cavallino, che pubblicò l’incipit di Finnegan’s Wake, sembra con il supporto dello stesso Joyce, titolato Annalivia Plurabelle.
La Legion d’Onore delle Lettere
Perché tanto interesse masochistico per un testo da tutti ritenuto “illeggibile” e diciamo pure “intraducibile”? E perché poi un testo così ostico dovrebbe aver stimolato così tante traduzioni? Semplice: perché è come guadagnarsi la Legion d’Onore della Repubblica delle lettere, come dice Ezra Pound. In italiano sono “solo” 4 in realtà, da quella classica di De Angelis, passando per quella barricadera di Terrinoni, poi quella superchic di Celati per Einaudi, fino all’ultima recentissima, eroica prova di Mario Biondi – uno dei massimi traduttori italiani contemporanei che ha la sfiga di essersi visto usurpare il nome da Mario Ranno, che in quanto cantante si fa chiamare come lui! – per La Nave di Teseo. Biondi ha tradotto un malloppo che va dalle 1.086 pagine della sua versione più recente fino alle 1278 pagine dei Meridiani Mondadori. Ho appena iniziato a leggere, e credo che stavolta arriverò in fondo.
Cinque motivi
Ma come può saltarmi in mente di farne un di elzeviro su un giornale all’estrema periferia dell’impero? E poi: un “antidoto” a che?
I motivi sono 5. Primo: il 16 giugno 2019 si è celebrato a Genova il 14° Bloomsday – dal nome del protagonista del romanzo – con lettura quasi integrale in italiano e brani in inglese, dalle nove del mattino alla mezzanotte e in luoghi analoghi a quelli del romanzo. La prossima edizione, nel quadro del Festival internazionale della poesia, è stata ammazzata dal Coronavirus, come tante altre manifestazioni, dunque c’è un buco.
Secondo: la prima celebrazione italiana del Bloomsday si tenne a Frosinone il 16 giugno del 1982 e alla giornata joyciana parteciparono l’appena scomparso Enzo Siciliano, amico di Paolo Fabbri (nel ruolo di Joyce) e Dodò D’Amburgo (la famosa spogliarellista) nelle vesti Molly Bloom. L’ambasciata di Irlanda patrocinò la manifestazione.
Terzo: sono amico del traduttore pazzo di questa nuova versione: da almeno quarant’anni coltivava nel cassetto il sogno di questa nuova traduzione. E anche io, fossi stato più ricco.
Quarto: Mario Biondi è amico anche di Piero Meldini, su indicazione del quale fece nel 1971 una celeberrima traduzione di un testo del capitano di lungo corso John Gregory Bourke con prefazione nientepopodimenoché di Sigmund Freud, titolato per volere di Meldini Escrementi e civiltà. Antropologia del rituale scatologico (mentre il traduttore avrebbe voluto chiamarlo Merda e cultura, più coerente, secondo lui, al più neutro titolo originale di Scatologic Rites of All Nation.
Per chi avesse difficoltà interpretative, i riti scatologici (non escatologici) sono quelli che descrivono la “perversione” assai frequente e apprezzata, sembra, di mangiare la cacca: di qui la ricerca dell’antropologo Bourke, la prefazione di Freud e la decisione di Meldini di inserire il testo (eccezionalmente illustrato…) nella collana di psicoanalisi “La Sfinge” la cui programmazione si deve appunto alla sua bravura e intelligenza. Sul titolo nacque un divertente e divertito battibecco con Mario Biondi che era, e resta, un caratteraccio. Questo libro piaceva molto anche al nostro comune amico Paolo Fabbri.
Quinto: per tutti questi motivi mi piacerebbe molto che Ulisse venisse presentato anche a Rimini, nel corso dell’estate, magari con una lettura in spiaggia, Meldini in veste di Joyce, il nostro sindaco in veste di Leopold Bloom, Marco Missiroli nei panni di Stephan e Vera Bessone come Molly. Produzione di Mario Andreose, editor della Nave di Teseo, che spera di riportare a casa l’investimento non piccolo.
Paolo maestro dei segni
Il senso dell’Antidoto mi pare del tutto evidente: fare un vero omaggio a Paolo Fabbri, maestro dei segni, sottraendosi all’inevitabile gorgo “luogocomunista”, avrebbe detto lui, della retorica celebrativa. Parlando per così dire a suocera perché nuora comprenda (Joyce è una suocera interessante). Ricordo quando si inventava concorsi di architettura inesistenti fatti in spiaggia con i progetti realizzati in sabbia, destinati a sparire alla prima mareggiata, prima che qualsiasi critico potesse visionarli; o la geniale invenzione del Sindaco di Fellinia, una sorta di sindaco estivo di una città di costa estesa da Viserba a Gabicce, con il compianto Andrea G. Pinketts (mai ha svelato cosa sottendesse quel G puntato, neanche al Mystfest che abbiamo costruito assieme) in veste di sceriffo letterario. Oltre alle possibili scenografie con Sfingi, Pinocchio, Greimas, Eco e fellinerie varie, mi piacerebbe che per la messa in scena in spiaggia dei tre viaggi di Ulisse, quello di Dante, quello di Joyce e quello dei Cantos di Pound , una seggiola fosse riservata a lui col suo nome scritto dietro.

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