Paolo Crepet a Lugo: “Covid e social, è dura per i giovani”

È stato un vero successo il talk show di mercoledì sera sul tema dell’emergenza educativa ai tempi del coronavirus. L’ospite d’onore era lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet che, davanti a una platea di oltre trecento persone, ha parlato e dialogato per tre ore delle problematiche relazionali attuali. Una serata, quella organizzata dal docente Davide Solaroli e l’associazione M.I.E.L.E. alla pista di pattinaggio Up and Down di Lugo, già sold out qualche giorno prima. Tuttavia c’è stato spazio per una sorta di replica, dedicata ai più giovani, ieri mattina: oltre trecento studenti del Polo tecnico di Ragioneria hanno potuto seguire una lezione diversa dal solito.

Dottore, ieri sera tanti adulti, la maggioranza di essi genitori, l’hanno ascoltata con un particolare interesse; quali sono i moderni problemi tra loro e i figli?

«Probabilmente che vanno troppo d’accordo, almeno per certi versi. I ragazzi hanno capito che si cresce con qualche aiutino e molti genitori, non tutti, li assecondano. Fortunatamente non è sempre così, ma poi ci sono i conflitti. Sempre più precocemente, soprattutto le ragazze, i giovani esigono delle libertà che una volta si avevano solo verso i 18 anni».

E in questo scenario la pandemia quanto ha influito?

«Ha sicuramente peggiorato i rapporti, soprattutto durante il rigido lockdown. Una casa media è piccola per una convivenza felice h24 tra genitori e figli, quando anche i primi erano in smart working. Può sembrare strano ma i primi conflitti potrebbero essere nati in quelle occasioni, per poi sfociare in episodi di aggressività tra coetanei e non, al di fuori delle mura domestiche».

C’è un motivo particolare per cui oggi molti giovani passano gran parte delle loro giornate sui social?

«Perché quello hanno e quello semplifica la vita. Avere un telefono sempre a portata di mano è diverso da stare tutto il giorno davanti alla tv come poteva accadere nei decenni scorsi. La televisione non ce l’avevi in tasca. Oggi dove vai vai puoi stare su quei social ed esserne sempre più dipendente».

Quindi saranno in aumento le patologie legate a un uso smodato di queste realtà multimediali?

«Certamente. La più dilagante è la dismorfofobia, ossia il terrore di non essere come si appare. Molti ragazzi modificano e filtrano la loro immagini, rendendosi, apparentemente, più belli. Poi però nella vita reale si esce e capita che chi ti trovi davanti ti faccia notare che non sei così. Quella persona andrà a casa soffrendo e facendosi, inconsapevolmente, del male. E da queste cose non se ne esce da soli, servirebbe supporto».

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