Paolo Cattabiani e il suo “Lo scooter rosso bandiera”

Il tracollo dell’Unione Sovietica può mai aver condizionato le sorti di un piccolo paese della Bassa padana? E ancora: si possono compiere azioni illecite per difendere e affermare i propri ideali? Uno scooter rosso bandiera tenere uniti la fine del comunismo e i destini di un piccolo paese di provincia.

Paolo Cattabiani, una vita ai vertici della cooperazione reggiana e dell’Emilia-Romagna, si cimenta in “Uno scooter rosso bandiera”, recentemente edito da Bibi Book, in un romanzo ambientato nella provincia padana tra il noir, la politica e i dilemmi di un’epoca tra il sentimento e il riscatto personale. Dove lo scooter rosso bandiera è un’icona che emana nostalgia per un passato che ancora incombe sulle storie personali.

Tutto ha inizio un mercoledì all’ora di pranzo quando Mario deve procurarsi ad ogni costo un mezzo di trasporto per arrivare ad un appuntamento con gente non proprio raccomandabile. Uno scooter rosso è ciò che gli occorre. Correndo a tutta velocità, Mario non si accorge del rosso dell’unico semaforo del paese. E non si accorge neppure che, in quell’unico incrocio, una donna alta, bella e bionda, Ekaterina, lo stava fissando. Un concatenarsi di fatti e circostanze che porta fino a San Pietroburgo.

Cattabiani, quale simbolo rappresenta “lo scooter rosso bandiera”? 

«Il racconto non si propone né di lanciare messaggi né di creare simboli. Ho cercato nella trama di tenere insieme la fine del comunismo coi destini del piccolo paese della Bassa pianura. Se proprio dovessi attribuirgli un significato, parlerei di uno strumento mancato verso la libertà».

Il senso di eventi, che cambiano repentinamente la vita di tante persone in luoghi e contesti diversi, si tramuta, lei sottolinea, in politica e altrove, in un senso di desacralizzazione, di banalizzazione, presago di un futuro torrmentato e difficile…

«Personalmente credo che la politica sia una cosa seria e che anche i partiti lo siano o, meglio, lo dovrebbero essere. Questi ultimi, in particolare, hanno rappresentato un mezzo di emancipazione, di educazione civile e di partecipazione per le parti più deboli della società. La caduta del comunismo ha determinato un vuoto che, ho l’impressione, non sia stato riempito da nessuno».

Gesti e storie vissute da questi personaggi come un ordito storico vertiginosamente più grande di loro, ma in un ambito che ricorda il mondo piccolo di Giovannino Guareschi.

«La ringrazio per l’accostamento. I luoghi descritti, in effetti, sono più o meno gli stessi. A parte la bravura dell’autore, cambiano ovviamente il periodo storico, le situazioni, la realtà nella quale si muovono i protagonisti. Tuttavia è vero che sembra esserci una sorta di “incombenza” la quale, come la nebbia, avvolge il vissuto quotidiano dei vari personaggi».

Lei sottolinea infine come De Gasperi, Togliatti e i loro eredi, sia stati rimpiazzati dal campionato di calcio…

«La Casa del popolo aveva resistito all’assalto del fascismo, ma non a quello di Sky, delle slot machine e dei videogiochi… Solitudine e abbandono gli infausti riferimenti di un nuovo squilibrio che si stava determinando. Senza farsi perdere troppo dalla nostalgia, ho intenso dire che una modernità scambiata per progresso, ha travolto e abbattuto anche cose che avrebbero dovuto essere invece conservate. Nelle Case del popolo gli anziani con un “bianchino” e un mazzo di carte vi trascorrevano tutto il pomeriggio e nessuno li mandava via. Nei bar di adesso non mi pare succeda la stessa cosa».

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