Paola Stella Minni al Santarcangelo Festival

Santarcangelo festival prosegue la sua corsa, ultimo giorno il 18, e continua a regalare proposte innovative che caratterizzano il suo essere mutaforme, come recita il sottotitolo. Trasversale alle varie sezioni, che strutturano la drammaturgia pensata dai Motus, è la danza. Per il già visto: Folk tales, lavoro di Gloria Dorliguzzo che ha entusiasmato per la potenza espressiva resa attraverso i corpi, un doppio, uno yin e uno yang, un bianco e un nero che si sondano a vicenda e il loro incontro ha un potere così generativo da costruire il tessuto coreografico. E questo risulta elegante e raffinato in una narrazione che è fluida e delicata, con alcuni momenti esplosivi generati da cambi di luci e suoni prima che tutto torni a un duello sì tensivo ma mai di scontro.

Ancora da vedere: Pako doble (in scena stasera, ore 19, e domani alle 17 e alle 20, al Lavatoio) di e con Paola Stella Minni e Konstantinos Rizos, un passo a due che è dialogo intimo nato da una ricerca sulla sospensione del tempo di fronte alla morte. Anche il titolo è un passo doppio con le iniziali dei due autori protagonisti.

«L’idea di mettere i nostri nomi – spiega la coreografa bolognese Minni – è nato come un gioco derivato dal fatto che in Francia, dove viviamo e lavoriamo, siamo conosciuti come Pa.Ko.».

Questo lavoro è il primo presentato al festival come autrice, prima era stata qui come interprete.

«È una pièce, la prima, che nasce dal nostro master Exerce al Ccn di Montpellier: dopo questa lunga e intensa esperienza è nata una sorta di urgenza per dare forma a una serie di pratiche condivise. Così abbiamo deciso di dare voce alle diverse relazioni che sono nate tra noi, specialmente quelle di carattere esistenziale legate al rapporto col tempo e al processo di lavoro».

Cosa accade in scena dove voi siete i due protagonisti?

«Il lavoro è diviso in due parti. Nella prima, rappresentiamo due figure velate, ma non umanizzate, e non è chiara la nostra identità. Entriamo in dialogo ma abbiamo voci filtrate con un tono abbastanza ironico. I nostri veli sono giallo e magenta che insieme danno il colore al rosso, quello del “paso doble” che prende origine dalle corride. Nella seconda parte, la danza si gioca sul lasciare apparire un’immagine che così come appare si sgretola».

Perché questo interesse per il paso doble, danza spagnola usata per accompagnare l’entrata delle quadriglie all’inizio della corrida?

«Per esplorare l’inevitabile, la fine, il trapasso. Noi abbiamo osservato molte corride nel sud della Francia cercando di non dare giudizi e fare solo esperienza di spettatori per capire il nostro rapporto con la paura più intima e riflettere attorno al tragico, al momento i cui si avverte che la morte è in agguato. Per me, che sono vegetariana, è stato uno sforzo incredibile!».

La vostra ricerca va anche nella direzione di un movimento poetico?

«Abbiamo tratto spunto da Eric Baret, maestro di yoga tantrico, sua la frase “quello che accade è necessario” così come ci siamo ispirati a Hemingway, Barthes, Lorca e al suo spirito del duende, ma la nostra cifra è cercare di rendere la domanda esistenziale sul senso del tempo e del presente prendendoci meno sul serio, cioè esorcizzando l’inevitabile».

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