Paola MInaccioni e “L’attesa” in scena a Cesena: l’intervista

È una bella occasione teatrale L’attesa in scena stasera e domani (ore 21) al teatro Bonci di Cesena. Il testo, scritto da Remo Binosi nei primi anni Novanta, è riportato in scena da Michela Cescon, oggi dedita a un’attività di regista. Michela l’ha trovato ideale per offrirlo a due sue colleghe e amiche, Anna Foglietta e Paola Minaccioni. Entrambe esaltate da Cescon in una interpretazione dalle mille venature: «Sono sorprendenti – ci dice la regista –. Di Anna ho scoperto una fisicità da ballerina da gabbiano, e una voce potente. Paola possiede una incredibile drammaticità e armonie sui toni emotivi».

Nato come testo a tre, è stato ora riletto a due personaggi; la regista si è avvalsa della prima stesura di Binosi, ancora dattiloscritta, firmata nel 1992. Paola Minaccioni introduce il lavoro.

Come si è composto Paola, questo terzetto al femminile?

«Si deve a Michela (Cescon) l’idea di metterci insieme sul palcoscenico; quando ci ha suggerito L’attesa io sono caduta dalla sedia. Nel senso che vidi nel ’94, quando cominciavo, lo spettacolo con Elisabetta Pozzi e Maddalena Crippa, per la regia di Cristina Pezzoli, uno dei più forti per me. Così ho esultato».

Chi siete, che storia interpretate?

«Siamo due giovani donne del Settecento, Anna (Foglietta) è Cornelia, nobildonna promessa al duca di Francia; io interpreto la serva veneta che le è stata assegnata. Entrambe siamo recluse in una casa di campagna e in attesa, per aver “peccato” poiché agito per il nostro piacere, andando contro le convenzioni del tempo. Cornelia deve nascondere la gravidanza per non compromettere il matrimonio, anch’io sono in attesa di un figlio al di fuori del matrimonio. Da questa costrizione nasce il confronto fra due donne tanto diverse, che si spogliano della loro identità sociale e affrontano temi fondamentali che le accomunano: amore, amicizia, sorellanza, libertà, identità, differenze sociali…».

È una prova d’attrice che approfondisce la personalità femminile in un testo autorale maschile.

«È così; ciò che secondo me rende questo testo così importante e moderno è il fatto che, pure scritto da un uomo, sa rappresentare davvero bene la condizione femminile. Entrambe le protagoniste non sono donne libere. Il testo possiede una struttura narrativa molto efficace, popolare e alta, femminile e universale. In scena, Anna e io diamo risalto alle nostre identità e specificità, per cui credo sia un bello scambio. I nostri personaggi sono molto diversi, ma uno ha bisogno dell’altro».

Per lei è un’ulteriore prova diversa, considerando che passa dal teatro allo stand-up (è in tour con “Dal vivo sono molto meglio”), a tv e radio (Radio2 con Lillo& Greg; “Il ruggito del coniglio”), al cinema (esce in aprile la serie “Le fate ignoranti” di Ferzan Özpetek), comica e drammatica con duttilità.

«Sono attrice poco definibile, a volte il fatto di cambiare genere, di passare dall’una all’altra cosa, mi ha pure penalizzata, costretta nei pregiudizi del sistema. Invece rivendico con forza il mio percorso; per me non c’è distinzione, l’importante è che il lavoro sia bello, interessante, urgente».

I ruoli femminili sono ancora legati a cliché del passato o si stanno evolvendo?

«Oggi la donna può essere tutto; fra le nuove generazioni vedo artiste consapevoli di ciò, indipendenti, non classificabili. Solo che ancora vengono scritti personaggi di donne giovani o di bellezze canoniche secondo i precetti maschili. Io stessa per anni l’ho accettato, dato per scontato; poi mi sono svegliata e mi son detta: ma dove sta scritta ’sta cosa qua?».

Info: 0547 355959

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