“Otello”, a Bologna la nuova produzione del titolo verdiano affidata alla regia di Gabriele Lavia: la recensione

BOLOGNA. «Una vela! Una vela!» cantano i ciprioti di fronte alla battaglia e alla tempesta marina che minacciano le sorti del loro “duce”, Otello. E nella nuova produzione del titolo verdiano affidato alla regia di Gabriele Lavia, e debuttato in questi giorni al Teatro Comunale di Bologna, è proprio quella vela che si dispiega sulla scena fin dalle prime battute a dominare l’impianto visivo e registico dell’intera opera: una vela che si gonfia in minacciosa nube incombente sul destino segnato e tragico dei protagonisti, una vela che si distende per raccogliere come una preziosa notte stellata quell’«attimo divino» che è il duetto d’amore, una vela che fatalmente evocherà lo strumento dell’intrigo, il fazzoletto, rapito da Jago, prova definitiva e mendace del tradimento. Una vela, che trascolora dal rosso della passione e del sangue al verde livido della gelosia, intrecciata di fili d’oro, gonfia di vento e di presagi: è l’allestimento che avrebbe dovuto andare in scena nell’autunno di un paio d’anni fa al PalaDozza, bloccato allora dal secondo lockdown, ora recuperato e rivisitato per lo spazio del Comunale – ultimo titolo prima dei lavori che dalle prossime settimane dovrebbero tenerne il pubblico lontano per qualche anno. Una scena fissa, di Alessandro Camera, mossa su due piani, delimitata da ordini di esili lampioni e aperta al dubbio metateatrale di qualche seduta da vecchio cinema, su cui il regista distilla l’azione, ne coglie il dato essenziale, tradizionale anche (come i costumi di Andrea Viotti), ma senza sbavature effettistiche. E se sacrifica il coro – ottima la sua prestazione – immobile in fondo alla scena, risolve le scene d’insieme in quadri statici, figuranti in slow motion, su cui si staglia invece il “tempo” vivo e l’azione dei protagonisti. I protagonisti, appunto, ovvero le voci: che soprattutto nella prima parte della rappresentazione hanno un poco subito la prepotenza dell’Orchestra di casa, diretta da Asher Fisch con mano pesante e attenzione sommaria agli equilibri dell’intreccio e talvolta all’intonazione – la drammaturgia, certo non c’è bisogno di sottolinearlo, è in questo Verdi più che mai racchiusa nella partitura, raffinatissima. Le voci dunque. Le grandi aspettative riposte nell’esperienza e nel talento di Gregory Kunde nel ruolo di Otello non sono andate deluse, anche se la voce non è parsa del tutto tesa e salda; sorprendente invece la prova di Mariangela Sicilia, una Desdemona determinata e dolce al tempo stesso, intonazione sicura e timbro corposo; così come efficace è stato Franco Vassallo nei panni di uno Jago dal fraseggio esatto nell’inflessione drammatica come nell’intonazione. L’opera è in scena ancora fino a giovedì 30 giugno.

Susanna Venturi

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