La storia di Orfeo, il sognatore romagnolo ucciso brutalmente dai talebani

Il bellariese Orfeo Bartolini fu la prima vittima italiana dei talebani. Aveva 51 anni, era un viaggiatore, un attore e un giramondo. Il delitto fu fatto passare all’epoca come opera di criminali comuni afgani mentre invece era stato pianificato a tavolino ed eseguito «da due terroristi facenti parte dei gruppi talebani e di Al Qaeda penetrati dal Pakistan in coincidenza con l’avvio delle operazioni belliche in Iraq». È quanto si legge in un vecchio dispaccio a lungo rimasto riservato trasmesso al ministero degli Affari esteri alla procura di Roma. Il viaggio terreno di Orfeo si chiude per sempre l’11 aprile 2003 in Afghanistan quando sulla sua strada incontra degli uomini con barba e turbante. Uno di loro, invece di rispondere alle due domande che Orfeo Bartolini si era ripromesso di rivolgere a chiunque incontrasse sul proprio cammino (Che cosa è per te la felicità? Perché vale la pena vivere?), gli appoggia al petto la canna del kalashnikov d’assalto Ak47S in corrispondenza del cuore e fa fuoco più volte, uccidendolo. E con lui muore il sogno di raccogliere le risposte degli altri per farne un libro e uno spettacolo itinerante. Era quello lo scopo dichiarato del viaggio che nella primavera del 2003, in un periodo compreso tra 45 e 70 giorni (secondo un altro dei suoi calcoli sbagliati) avrebbe dovuto portarlo in moto da Bellaria a Calcutta, in India, sulla tomba di Madre Teresa. Nell’ultima sua corrispondenza per il nostro giornale, pochi giorni prima di essere ammazzato scrisse: «Dico un arrivederci a tutti quelli che mi hanno voluto bene, e affido a Madre Teresa il mio destino, accettandolo serenamente qualunque esso sia. A risentirci se e quando potrò».

“Rapina”, fu la versione di allora, avvalorata perfino dall’ambasciatore, salvo poi parlare genericamente di talebani quando una settimana dopo le forze locali in una retata catturarono, ma in un’altra zona dell’Afghanistan, i presunti assalitori di un ingegnere sudamericano ammazzato qualche tempo prima in un Paese in teoria già “liberato” dagli Usa. In realtà gli assassini di Orfeo Bartolini non sono mai stati catturati e non hanno mai pagato. Tra le carte dell’inchiesta, da tempo archiviata dalla procura di Roma – grazie a un’inchiesta del Corriere Romagna – emerse che non si era trattato di un crimine comune. L’omicidio, un vero e proprio atto terroristico, venne pianificato in un albergo del distretto di Shajoi, in un vertice a tre al quale partecipò, secondo un rapporto segreto degli investigatori dell’epoca, il comandante dei talebani della zona, Mullah Abdullah, uomo legato direttamente a Mullah Omar, braccio armato di Al Qaeda in Afganistan. Informati della presenza dell’italiano dalla polizia locale, organizzarono l’imboscata per l’indomani a cinque chilometri dal centro abitato. Orfeo era rimasto in panne con la vecchia moto e aveva noleggiato un pulmino con un autista per percorrere, con il mezzo a bordo, la rotabile verso Ghazni. Quando scattò l’imboscata, il conducente venne lasciato andare. Bartolini, invece, fu fatto inginocchiare e venne “giustiziato” in nome del jihad. Gli assassini non toccarono né la moto, né gli oggetti di valore (orologio, bracciale e catena d’oro). La vedova, grazie all’interessamento della questura di Rimini scoprì che – almeno sulla carta – era ancora tutto conservato all’ambasciata italiana a Kabul. Nonostante i suoi appelli non ha mai rivisto niente, un po’ per i costi di spedizione e un po’ per le difficoltà burocratiche. Orfeo è passato alla storia come una vittima di serie B e, nel frattempo i talebani sono tornati al potere in Afghanistan.

«Ho sperato tanto che qualcuno mi chiamasse per l’orologio e le cose di Orfeo. Ma nessuno si è fatto più sentire. Ho lasciato Bellaria da quasi cinque anni e non ho neanche più i recapiti dei referenti della questura di Rimini di allora. Si erano dati da fare, ma c’erano delle spese e più di tanto non dipendeva neanche da loro». Liliana Giovannini, la compagna, vedova di Orfeo, è amareggiata e disillusa. Il bellariese non figura come dovrebbe tra le vittime del terrorismo e ora i suoi assassini sono addirittura tornati al potere in Afghanistan. «Sono tornata a vivere in Piemonte, torno ogni tanto a rivedere i pochi amici che mi hanno dimostrato affetto a Bellaria. Nessuno si ricorda di Orfeo, ma non c’è da stupirsi. Adesso a Bellaria si fanno grandi progetti per ricordare la Carrà, ma vedremo poi alla fine quando ne andranno in porto».

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